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Il diritto di critica e la polemica politica fatte passare per violenza.

Meno 7 - Un vecchio metodo per screditare l’avversario ed impedirgli di rappresentare istanze alternative. Appunti dedicati ai Consiglieri milanesi Scarzella e Messori.

martedì 20 giugno 2006 : Giovanni Loi

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Negli ultimi tempi anarchit, con lo slogan “un articolo al giorno toglie il medico di torno”, ha deciso di avvalersi completamente del diritto di critica sancito dall’articolo 21 della Costituzione per descrivere la condizione dell’architetto medio italiano.

L’argomento è, come noto, un vero e proprio tabù.

Si può parlare di forma, di progetti più o meno evoluti, di moda, di design, di costruttivismi, di decostruttivismi, ma mai di struttura della professione. Se lo si fa si rischia di far scappare il pubblico dei professionisti poco propensi a riflettere sulla propria condizione che preferiscono “andare al mare” , oppure scatenare le ire dei vertici professionali che fanno di tutto per ignorare la questione.

A quanto è dato sapere, la responsabilità riguardo alla condizione contemporanea degli architetti italiani deve essere ricercata, prima di tutto, in seno alle rappresentanze professionali, anche se queste si avvalgono della protezione dello Stato e del loro apparente status di magistratura “democratica super partes”.

Tocca a queste ultime infatti assumersi le responsabilità di quello che risulta ormai un vero e proprio sfacelo professionale, mentre a noi tocca il compito di criticare quelle politiche.

Breve citazione:

“Il diritto di critica riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolge in ambito politico, in cui risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica. Ne deriva che, una volta riconosciuto il ricorrere della polemica politica ed esclusa la sussistenza di ostilità e malanimo personale, è necessario valutare la condotta dell’imputato alla luce della scriminante del diritto di critica di cui all’articolo 51 c.p. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza 19509 del 4 maggio 2006, annullando la condanna per diffamazione inflitta dal Giudice di Pace di Milano ad un giornalista free lance, il quale nel 2003 si era rivolto a Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri, proferendo al suo indirizzo le seguenti espressioni: «Fatti processare, buffone! Rispetta la legge, rispetta la democrazia o farai la fine di Ceausescu e di don Rodrigo». La Suprema Corte ha inoltre precisato che la critica può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la posizione pubblica della persona che né destinataria.”

Chi mi conosce bene sa che non è mia abitudine personalizzare o raggiungere i limiti del nostro free lance quando mi appello al diritto di critica per giudicare le politiche professionali degli Ordini.

Da qualche tempo a questa parte però accade che questo sacrosanto diritto di critica venga strumentalmente attaccato, presentandolo come “violento” o come un inaccettabile atteggiamento troppo “acceso”, che si contrapporrebbe alla “pacatezza”, alla “mitezza” ed “all’ascolto”, sempre crescente tra i rappresentanti degli Ordini.

Ho volutamente inserito le virgolette per i primi due termini citati, perché ho inteso riportare le parole esatte di due Consiglieri dell’Ordine di Milano che recentemente, evitando di rispondere ad alcune mie considerazioni politiche, hanno utilizzato proprio questi due termini riferendosi a me.

Ma si sa, la lezione sul comportamento da parte di chi strumentalizza la polemica politica a suo favore, spesso, viene utilizzata quando non si ha la capacità di rispondere alle sollecitazioni esterne. Si usa quindi richiamare l’aggressività o la presunta violenza verbale dell’interlocutore col fine ultimo di screditare l’avversario politico, evitando così di entrare nel merito delle questioni da discutere. In pratica, con questa tattica, si intende affermare: “caro interlocutore, noi siamo dei veri democratici e dato che tu non lo sei, perché troppo violento ed aggressivo, non intendiamo risponderti o interloquire con te!”.

La prassi consolidata di questo atteggiamento vuole che il giudizio sull’interlocutore provenga sempre dall’alto di una posizione di prestigio, ovvero da una carica istituzionale che può così edulcorare la pillola nel silenzio generale, presentando una realtà altrimenti insopportabile.

Fatta questa necessaria premessa proviamo a argomentare meglio sulla questione di principio che anima anarchit.

Per fare questo mi farò aiutare da alcune note tratte dal più famoso libro dal titolo “Architetto, manuale della professione” di Enrico Milone, autorevole esponente filo CNA, pubblicato dalla Dei (sigla alquanto modesta), Tipografia del genio civile (mi scuso per l’inevitabile spot).

Cito parzialmente il paragrafo 1.8.2 della quinta edizione, che dopo una breve dissertazione sulla natura giuridica degli Ordini prosegue:

“Nonostante appaia ormai accertata la natura pubblica degli Ordini, questi risultano senza dubbio essere enti fortemente anomali per vari motivi, tra i quali innanzitutto l’esercizio della funzione di rappresentanza della categoria. Tale funzione è riconosciuta implicitamente da alcune leggi già citate in quanto inseriscono rappresentanti degli Ordini in commissioni di Ministeri col compito, in alcuni casi evidente, di tutela degli interessi della rispettiva categoria, visto che gli interessi generali appaiono essere tutelati da altri membri della Commissione. Ciò non è in piena sintonia con la ragion d’essere dell’ente pubblico, in quanto gli interessi di categoria dovrebbero essere oggetto di tutela solo nella misura in cui coincidono con la pubblica utilità, altrimenti sarebbe in contrasto con l’art. 39 della Costituzione, visto che esso stabilisce la libertà di adesione al Sindacato mentre l’appartenenza all’Ordine è obbligatoria per coloro che esercitano la professione. D’altronde l’Ordine è costituito dai professionisti che ne fanno parte e che eleggono il Consiglio ogni due anni (oggi ogni quattro n.d.r.), approvano il bilancio e ne sostengono completamente l’onere economico del funzionamento, pagando una quota annuale di iscrizione. E’ perciò evidente che la struttura stessa dell’Ordine spinge la categoria a sostenere gli interessi propri, a volte anche in conflitto con l’interesse pubblico che costituisce invece la ragione primaria della creazione dell’ente professionale. Un modo per uscire dall’impasse è limitare l’azione dell’Ordine alla tutela e difesa della “professione” , la quale risponde ad un interesse pubblico tanto è vero che la legge (del 1923 n.d.r.) ha istituito l’Ordine per tutelarla, piuttosto che occuparsi della difesa dei “professionisti” come lavoratori intellettuali, compito che appartiene ai sindacati.”

Mi pare lecito a questo punto chiedere sia all’Architetto Alberto Scarzella, Consigliere più anziano dell’Ordine al quale mi rivolgo spesso visto che purtroppo è anche il mio rappresentante in Consiglio, ed alla Consigliera Alessandra Messori, rappresentante più giovane eletta tra gli architetti con laurea triennale, da me non votata perché presentatasi nella lista del Consiglio uscente ma dalla quale mi attendo maggiore sensibilità, se argomentare in questo modo, citando documenti più che autorevoli per il sistema ordinistico, che fanno riferimento al CNA, sia atto di violenza o sinonimo di atteggiamento troppo acceso, che provoca “scambi di opinione difficilmente pacati e tranquilli”.

Dopo aver citato infatti Enrico Milone sarei curioso di leggere il loro pensiero di Consiglieri dell’Ordine sui principi che sono all’origine della nostra iniziativa di opposizione e che erano anche quelli che hanno ispirato la lista Co.Di.Arch. ma che oggi sembrano svaniti nel nulla all’interno del vertice del Comitato.

La questione dei bilanci, cari colleghi Consiglieri, è questione determinante perchè discrimina proprio le competenze degli Ordini ed è questione fondamentale per il futuro civile e veramente democratico delle nostre rappresentanze ed il fatto che voi non riteniate opportuno contestarli pubblicamente è cosa piuttosto seria.

Personalmente confido che la bocciatura venga finalmente dalla base, a dispetto di qualunque organizzazione di truppe cammellate, ovvero dai semplici iscritti, i famosi "signori nessuno" che a questo punto non hanno più alibi.

Purtroppo manca una corrretta diffusione dell’ informazione che l’Ordine si guarda bene dal promuovere.

Questa volta, cari Consiglieri Scarzella e Messori, ho provato a dirvelo con le parole di Enrico Milone. Speriamo che il suo linguaggio, sicuramente meno “acceso” del mio, faccia breccia.

Anarchit è sempre aperta e resta in attesa delle vostre risposte!

Spero proprio che per onestà intelllettuale i due Consiglieri chiamati in causa in questo articolo dimostrino il giorno 27, in occasione della votazione dei Bilanci all’Ordine di Milano, di agevolare la lettura della relazione di opposizione dopo quella di maggioranza. Altrimenti dovremo arrenderci all’evidenza perché, perlomeno per uno dei due, serebbe ormai la settima volta che dalla sua elezione ci dice di no!

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