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Ordini e.......Ordine Pubblico

martedì 2 febbraio 2010 : Gianfranco Mazzei

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Intervengo per la prima volta in questo simpatico spazio comune, che ci viene messo cordialmente a disposizione, per cui porgo per prima cosa un gentile saluto alla redazione ed a tutti coloro che leggono.

Ho notato che alcune idee che il sottoscritto coltiva e tenta di divulgare da più di vent’anni come una “cassandra stonata”, purtroppo totalmente inascoltate, sono alla base di numerosi interventi qui pubblicati. Questo mi spinge ad unirmi a questo, seppur ristretto, consesso assembleare.

La funzione di rappresentanza della professione si è sempre confusa con la rappresentanza dei professionisti.

Gli Ordini professionali, che sono deputati alla tutela della professione e della collettività, tentano quotidianamente di proporre la tutela dei professionisti, non riuscendovi poi, in quanto tenutari solo della competenza di magistratura nei confronti degli stessi (ed ella tenuta dell’albo).

In questa palese dicotomia, che produce solo immobilismo, il mondo esterno continua a realizzare orpelli avversi alla dignità di chi lavora in questa professione, logorante e per niente parca di riconoscimenti adeguati all’impegno ed alla preparazione che generalmente si mette sul campo.

E mentre il contesto viaggia in questa direzione, ciò che si nota è l’assordante silenzio delle “nostre” istituzioni, che forse, ogni tanto, dovrebbero emettere qualche certificato di esistenza in vita.

Faccio una semplice esemplificazione.

Le recenti vicende del terremoto in Abruzzo, hanno prodotto sui mass media un dibattito sulla qualità delle costruzioni, che le polemiche su altri cataclismi del genere (Belice, Friuli, Irpinia e Umbria / Marche), non avevano affrontato con la medesima violenza e lo stesso impatto mediatico sull’opinione pubblica.

Al di là della tragedia stessa, dei tristemente noti edifici che ne sono stati simbolo (Ospedale e Casa dello Studente) e delle eventuali responsabilità che la magistratura sta vagliando, la notizia più comune, emersa dagli approfondimenti giornalistici, che ha raggiunto il popolo dei più, è quella che in caso di sisma, un edificio ben realizzato non si deve lesionare. Una “crepa” è sintomo di mala-progettazione e di malaffare di qualche collega.

Nessun rappresentante delle istituzioni della nostra professione è andato ad un "talk show" qualunque, ha emesso un comunicato su qualche quotidiano, per dichiarare che un edificio, anche il più antisismico, non può rimanere scevro da lesioni, in presenza di scosse di una magnitudo consistente e che comunque la presenza di fessurazioni sui muri non determina la non rispondenza dell’edificio alle normative sismiche, sia quelle di allora, sia quelle di oggi.

Nessuno ha mai sentito il dovere di chiarire alla pubblica opinione, né sui giornali, né alla televisione, la differenza tra un muro portante ed una tramezzatura leggera, nessuno ha mai raccontato, anche con parole semplici, che cosa è la gerarchia delle strutture, solo per fare dei semplici esempi.

Il messaggio che è uscito dalle inchieste giornalistiche è che un professionista architetto, ingegnere, o altro, progettista di un edificio che in presenza di sisma si lesiona (anche tra un tramezzo ed un pilastro, ad esempio), è un delinquente peggiore del peggior mafioso e come tale deve entrare nella gogna dei filistei.

L’anticultura proveniente dai sistema dei media, ha alimentato la bassa politica, quella fatta di annunci, proclami e sentenze.

Quella stessa politica, nella sua perenne campagna elettorale, speculando sul dolore della tragedia, ha partorito un dispositivo di legge, che prevede la responsabilità "perpetua" del progettista, quindi teoricamente, estendibile anche ai suoi eredi diretti.

Neanche l’ormai dimenticato Cesare Beccaria nel suo “Dei Delitti e delle Pene” sarebbe stato così caustico ed esauriente nella salvaguardia dell’ordine costituito.

A questo punto era meglio prevedere subito la pena capitale del progettista, almeno con la efficacia e la tempestività dei processi giudiziari, si poteva arrivare a dare un taglio netto (di testa), senza impensierire vedove, figli e nipoti.

Ed in questa macroscopica esagerazione, il già citato assordante silenzio dei nostri rappresentanti accompagna la casta degli architetti (e degli ingegneri) a diventare, per l’opinione pubblica diffusa, nemica acerrima dell’ordine pubblico.

Ogni qualvolta una lesione farà capolino all’interno od all’esterno di un edificio, piccolo o grande che sia, si avrà già il capro espiatorio, nella persona del poveraccio che ha progettato. Non parliamo poi se avrà prestato anche la funzione di Direttore dei Lavori.

Ed a nulla servirà la eventuale assoluzione sia in sede penale che civile, in quanto nessuno ci toglierà più il tormento di un procedimento giudiziario lungo e sfibrante.

P.S.

Giunge la notizia della scomparsa di Carlo Daniele, architetto e storico presidente di Federarchitetti e di Confedertecnica.

Uomo dotato di grande iniziativa e di altrettanto grande inclinazione alla “politica della professione”, ha scandito con la sua innegabile energia quasi un quarto di secolo di vicende concatenate allo sviluppo della professione di architetto, della stessa associazione Federarchitetti, dei Consigli Nazionali sia di Architetti che di Ingegneri, sia di INARCASSA e di tutte le altre associazioni professionali di categoria dei liberi professionisti, dalla Confedertecnica alla Consilp, dallo SNILPI ad INARSIND, dalla Federgeometri al Sindacato Geologi e tante altre.

Aveva praticamente fatto coincidere la sua vita privata con quella del sindacato Federarchitetti, lavorando instancabilmente tutti i giorni, anche festivi, senza mai riposarsi, raggiungendo anche risultati di primordine, impensabili, prima del suo avvento alla politica professionale, quali l’accreditamento delle nostre associazioni al tavolo nazionale della concertazione, nonché la firma stessa del CCNL, come controparte dei sindacati dei dipendenti degli studi professionali.

Fu messo in discussione da molti, fu attaccato personalmente da altri, ma per circa quei venticinque anni di attività, ha sempre trovato il modo di rispondere, rintuzzando con caparbietà ogni assalto, e di mantenere in sella la sua iniziativa politica di quegli anni. Io stesso, che ho ricoperto prima la carica di segretario nazionale, poi di vice presidente di Federarchitetti, ho sempre lavorato al suo fianco con un gruppo ristretto di colleghi, che oggi, dopo poco meno di un decennio dalla mia uscita di scena, posso ancora annoverare tra i miei amici più cari.

Non sempre mi sono trovato in sintonia con Carlo Daniele. Sul merito delle questioni che di volta in volta erano al centro della nostra attenzione abbiamo collezionato scontri e litigi, ma quei momenti possono essere annoverati ancora tra gli anni migliori della mia vita, in cui la mia crescita come professionista si confondeva, e tuttoggi ha coinciso, con la mia crescita morale di uomo.

Era un alpino e come tale amava i consessi, quelle riunioni dove un buon “bicchierino” non poteva mai mancare. Ricordo nottate intere trascorse con Carlo ed altri, negli alberghi in giro per l’Italia, dove la contingenza sindacale ci portava volta per volta, nottate scandite dal buon vino e dalle ancora migliori grappe che riusciva a scovare ovunque.

La sua prematura scomparsa ci addolora e ci fa pensare alla futilità delle nostre azioni giornaliere ed alla inconsistenza degli umori quotidiani, non sempre costanti, nel contesto delle nostre fragili esistenze.

Cito per concludere un aforisma, che il compianto Carlo, ripeteva a me ed agli altri amici spesso, durante le discussioni che accompagnavano i nostri confronti con i rappresentanti delle istituzioni pubbliche e che racchiude non solo la sua abilità dialettica, ma un vero e proprio insegnamento di vita.

Diceva: - “ Tu potrai avere ragione finché vuoi, ma se tutti, e quando dico tutti, intendo proprio tutti, ti danno torto marcio, vuole dire che non potrai mai avere ragione ”- Ciao Carletto.

Un pensiero affettuoso agli altri amici di quei tempi, fra cui Biancalisa Semoli, Iris Franco, Salvatore Greco e tanti altri.

Gianfranco

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  • Ordini e.......Ordine Pubblico

    6 febbraio 2010, di Lorenzo Scaglione

    Caro Gianfranco, apprezzo con ammirazione il tuo intervento e anche se fondamentalmente il blog di ANARCHIT è dedicato al dialogo ed ai pareri degli Architetti italiani, inerentemente alle loro reali problematiche di vita, di professione, e di "ordine"....questa tua postata diciamo che riguarda indirettamente l’Architettura, ma forse a mio parere più direttamente l’etica professionale. Caro Gianfranco, convengo con te che la nostra professione è parca di riconoscimenti e gratificazioni e che spesso non siamo riconosciuti come cultori dell’architettura, e che per assurdo....<< dovremmo essere "protetti" al pari dei Panda dal wwf....dalle Istituzioni >> (cit. di Giovanni Loi alla cena con gli amici architetti catanesi e romani del 04/02/2010), ma questa tua denuncia di mancata informazione dei mass media sul perchè e per come gli edifici debbano o non debbano lesionarsi in caso di sollecitazione telluriche ....mi ha dato modo di poter fare qui delle considerazioni. Convengo con te che tranne a La7 in una puntata mattutina, in breve collegamento da Milano con il Chi.mo Prof. Duilio Benedetti (ehehe mio correlatore di tesi in indirizzo strutturale costruzioni in zone sismiche!) di "reali" interventi che spiegassero il perchè e percome gli edifici - e quindi la loro giusta realizzazione e progettazione effettuata da un tecnico competente-, si debbano comportare in caso di sisma non ne ho sentiti altri. Ma forse perchè l’ostica statica e la nemica scienza delle costruzioni....e gli stramaledetti casi di Saint Venant - diranno in molti colleghi -... sono materie che alla facoltà di Architettura dalla stragarande maggioranza degli studenti, futuri architetti, solitamente vengono affrontati fuori corso e sempre più spesso fuori sede (intendo in facoltà più consone a dare i 18)? Gianfranco provo a spiegarmi meglio: ma se i primi a non sapere il "perchè e percome" delle costruzioni in zone sismiche sono proprio la stragarande maggioranza dei progettisti...come fà l’opinione pubblica a capire che è molto meglio che si lesioni una parete esterna (con il classico andamento delle fessurazioni lungo le diagonali dei tamponamenti esterni)....ma che la struttura rimanga sù senza uccidere nessuno....piuttosto che per esempio tutto il corpo di fabbrica, nella parte in elevazione sopra a dei piloties, salti giù "tutto assieme" al piano terra e rimanga pressochè compatto ?? A volte sento ancora dire da colleghi "moto sussultorio" e "moto ondulatorio" in riferimento al sisma che per sua ragione esercita oscillazione e rotazioni nello spazio lungo i 3 assi.....! mah!? Se certe cose non le sanno i pRofessionisti chi le dovrebbe sapere? Certo non quelli che con gara allo stra-ribasso, piuttosto che stare a casa e non fare danni alla colletività si prendono la progettazione e la D.L. di immobili in zona sismiche senza manco sapere come e perchè và progettata una struttura in funzione del tipo di terreno sulla quale graverà... che schiaffando semplicemente 4 dati in un calcolatore che spara fuori dei valori caduti dal cielo....faranno dire all’illuso pseudo professionista rivolgendosi alla committenza " essì’ eh, io le rispetto le normative antisismiche!!!..e ti ho pure fatto risparmiare"!!! ....Secondo me da Semeraro deve andare un collega del genere ...altro che dire SONO UN ARCHITETTO E FACCIO il PROGETTISTA! ...così al massimo all’utente finale cadrà in testa il pensile della cucina...

    Lorenzo Scaglione

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    • Ordini e.......Ordine Pubblico

      6 febbraio 2010, di Gianfranco Mazzei

      Caro Lorenzo, colgo l’occasione di salutarTi e di ringraziarTi per aver letto, e successivamente commentato, il mio sfogo sulla situazione in oggetto. Ed è proprio questo il punto. La professione. La nostra professione ed il nostro lavoro. Il tema della progettazione antisimica è solo un pretesto per arrivare alla continua latitanza degli Organismi che hanno il compito di tutelare la collettività. E come si fa a dire che il caso in questione non rientri nella sfera della tutela della collettività. Purtroppo il primo "vulnus", sta proprio nell’informazione, un’informazione incessante, battente e pilotata dai grandi gruppi editoriali, che da anni si sono svenduti alla politica. Questo perchè, a mio modestissimo parere, il compito, oggi, dei mass-media, non è più quello, classico, originario e nobile, di informare e di far conoscere (quindi anche culturale), bensì quello di far giustificare, o al contrario far contestare, un provvedimento parlamentare o del governo (di qualunque colore esso sia ovviamente). Se ci fai caso, un grosso incidente stradale, ad esempio, viene "raccontatato" dai Tg in ogni edizione, per circa due giorni, su ogni rete televisiva. Il che significa che un "disattento" cittadino, magari pensionato, che sta in casa con il televisore acceso, rischia di sentire la medesima notizia per almeno sette, otto volte. E se questo telespettatore, come dicevamo, non è molto attento, rischia di avere la percezione netta che nel giro di quarantotto ore si sono verificati sette otto incidenti mortali diversi (quando probabilmente l’incidente era sempre lo stesso). E conseguentemente, quando la politica, quella che non condivido, esterna proclami "di vendetta" e ritocca solo le sanzioni o le pene detentive (questo lo hanno fatto sia il governo 2006/2008 che quello attuale), senza spingere maggiormente sulla giusta "politica" della cultura di base, per insegnare l’etica e l’educazione stradale ai giovani, quel telespettatore disattento plaude e si riconosce in quel rigore di sdegno e di vendetta. Domani se sarà inavvertitamente tamponato da un automobilista distratto, griderà al tentato omicidio. E non avrà percepito che il compito della politica è quello di educare i cittadini (o almeno tentare di farlo), oltre che di governarli. Tornando a noi, l’informazione "difettosa", che, ad esempio, ha mostrato più volte edifici, nei dintorni dell’Aquila, in piedi e con le lesioni lungo le diagonali del tamponamento, con all’esterno i proprietari (sgomenti, ma salvi) che argomentavano con il giornalista, di doversi costituire parte civile contro chi aveva costruito (e progettato) quelle case, perchè l’avevano acquistata come "antisismica", ecco che configuravano il messaggio aberrante per l’opinione pubblica (che, bontà sua, non sa nulla di costruzioni) e che per questo si forma le proprie ed imprecise opinioni. I programmi di approfondimento hanno, ad esempio, ospitato tanti professori ordinari di politecnici e presidenti di ordine (non faccio distinzioni tra architetti o ingegneri), ma si sono tutti ben guardati di raccontare la verità, ammesso e non concesso che la sapessero (ma se credo di saperla io .....), in quanto quella passerella televisiva doveva diventare per tanti un’esibizione (poi foriera di incarichi, nelle loro più larghe aspettative). Al contrario, se davanti all’opinione pubblica, fortemente straziata dallo sgomento e dal dolore, qualcuno fosse andato a fare delle corrette distinzioni, quel qualcuno sarebbe sembrato, ai disattenti, un sostenitore della mala progettazione, nonché del malaffare. E forse questo gli avrebbe per sempre precluso la possibilità di ulteriori passerelle, e quindi di probabili futuri incarichi, come super esperto della materia. Io non sto dicendo che non si dovrebbe mettere alla berlina gli eventuali responsabili o corresponsabili delle catastrofi. Dico solo che nel promuovere quelle che sono le corrette metodologie di intervento antisismico, forse qualcuno avrebbe potuto fare gli opportuni distinguo per trasmettere la consapevolezza che sostanzialmente, per la consistente magnitudo del sisma, un edificio si può anche lesionare. E questo non significa che qualche lesione sia dovuta ad incompetenza del progettista. Il risultato combinato tra l’informazione non corretta, la politica che si butta a pesce su provvedimenti superficiali che domani aumeteranno il portafoglio dei consensi elettorali, e la subalternità degli organismi "di rappresentanza" della libera professione (sia Ordini che Associazioni, ma su questo distinguo rimandiamo per ora la polemica), ti conduce, domani, ad un’accusa di incompetenza dai clienti "disattenti", che hanno visto il telegiornale ieri sera e che oggi hanno trovato una setola nella giunzione di due pannelli di cartongesso o una cavillatura di un intonaco di cemento con dosi di acqua inferiori alla norma. E magari, quando meno te lo aspetti, ti troverai in tribunale a discutere con i consulenti d’ufficio di turno. Ed anche se il progetto strutturale lo avrà redatto un altro (architetto o ingegnere che sia), il progettista archiettonico viene sempre "gentilmente interpellato". E’ questo che ti aspetti dalla professione ? Anche se il concetto andrebbe espanso in un ambito ben più ampio di cosa si fà per la professione, questo esempio sulla divulgazione della scienza antisismica, mi pare opportuno, al di là della conoscenza o meno della materia, perchè è esemplificativo della latitanza di chi, forse, invece, dovrebbe vigilare su questi contenuti "culturali" a portata di nonna Fedora. Ed al contrario, sembra essere invece molto attento alle vetrine ed alla notorietà pubblica.

      Gianfranco Mazzei

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  • Ordini e.......Ordine Pubblico

    4 febbraio 2010, di Giovanni Loi

    Gianfranzo Mazzei, che, come avrete capito dalle sue parole, ha svolto un ruolo non secondario nel principale sindacato degli architetti liberi professionisti, ancora oggi attivo nel nostro Paese, ha deciso di tentare l’avventura in questa "sfida" che si chiama anarchit.

    Come responsabile di queste pagine, ne sono personalmente felice e, a nome di tutti gli amici che gravitano attorno ad anarchit, lo accolgo con un caloroso benvenuto.

    Non nascondo che mi piacerebbe che fosse lui a farvi conoscere meglio le motivazioni che lo hanno spinto ad aderire alla messa in onda della nostre pagine di critica, ma credo di poter interpretare il suo pensiero quando affermo che, proprio Gianfranco, è un autorevole sostenitore della nostra principale battaglia.

    Si tratta di quel conflitto che combattiamo quotidianamente contro la gravissima anomalia, tutta italiana, che vede la rappresentanza degli architetti affidata, di fatto, agli Ordini professionali, ovvero a quegli enti che, per via di un’iscrizione obbligatoria, dovrebbero esclusivamente tenere aggiornato l’Albo professionale e verificare il comportamento degli iscritti nell’esercizio della loro attività professionale, con l’autorevole terzietà di un giudice naturale e non attraverso quella che non può che essere considerata una valutazione di parte, essendo affidata a degli architetti concorrenti, che operano sullo stesso mercato professionale dei loro colleghi controllati.

    Resta da conoscere il pensiero di Gianfranco sull’ultimo compito ancora oggi affidato agli Ordini, che riguarda il parere sugli onorari, o come meglio chiarisce il Codice Civile sul "compenso", che "se non è convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene..."

    Tutta la questione , insomma, che ruota attorno alle tariffe professionali concordate ed obbligatorie, considerate ancora in vigore dagli Ordini e che si dimostrano, al contrario, secondo l’Autorità Antitrust italiana, con riferimento alle norme comunitarie, illegittime, per via dei principi ineludibili sulla concorrenza tra imprese e quindi tra professionisti, così come prevede il Diritto comunitario.

    Rimane poi da approfondire il cavallo di battaglia di anarchit, che riguarda il ruolo dell’architetto in Italia e la sua evidente "perdita di identità" o crisi, dovuta anche alla subalternità dell’architetto ad un paradigma novecentesco di pura marca tecnicista e scientista, che nulla ha a che vedere con i sani principi della nostra più antica e filologica disciplina.

    L’architettura, a mio modesto parere, o è arte o non è e quando si trasforma in pura tecnica edilizia è destinata a perire sotto i colpi mortali della più volgare "pratica edilizia".

    Detto questo, mi unisco a Gianfranco nel ricordo di Carlo Daniele che ho avuto occasione di conoscere e col quale ho, ahimè, intrattenuto spesso rapporti di sereno e pacato scontro dialettico.

    Carlo ha rappresentato per me, la cultura sindacale di matrice libero professionale, dotata quindi esclusivamente di Partita IVA, pro "Sistema", tipica del nostro burocratico ’900, che vedeva l’architettura come una professione tecnica, regolata da norme, Ordini, sindacati, Casse di previdenza private ed altri organismi di rappresentanza collettiva, molto lontani da quella mia idea di architettura intesa come anacronistica e sublime missione.

    Un’arte, insomma, "composta" da "Pazzi" che dovrebero essere difesi nel modo in cui il Panda è difeso dal WWF.

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    • Ordini e.......Ordine Pubblico

      4 febbraio 2010, di Gianfranco Mazzei

      Ringrazio ancora Giovanni Loi, per la perfetta ospitalità e per la risposta al mio primo vagito su anarchit. Ringrazio anche chi legge quanto viene pubblicato sul sito ANARCHIT, indipendentemente dal fatto che sia nell’ambito degli abilitati bloggers o che sia un fugace osservatore di passaggio. E’ ovvio che il mondo degli architetti italiani è vasto e complesso ed è molto difficilmente indirizzabile su modelli di pensiero standard. La battaglia che tentai di portare avanti con il Sindacato Federarchitetti era quella di sdoganare il professionista dagli orpelli della consuetudine di massa della libera professione e dalla falsità del quadro normativo deontologico, al fine di permettere a chiunque di aprire le proprie ali e di volare nell’immensità degli ideali che ci avevano inculcato all’università. A Bologna (più o meno dove abito e da dove scrivo), in quegli anni, le grandi aziende, i grandi enti, che avevano il mercato dell’ "edilizia" in mano, ti convocavano, ti proponevano, ti facevano sognare per circa mezz’ora, per poi chiederti chi conoscevi all’interno del "partito". Ti facevano prima toccare con un mignolo la sommità, poi ti chiedevano se eri dei loro. E’ evidente che qui non c’entrava nulla la simpatia politica personale che potevi avere (sinistra, centro, destra e cespugli vari). Era in discussione la tua appartenenza agli apparati tecnici interni di partito, che lavoravano quasi gratuitamente per il partito stesso. Ed in quegli anni le schiere ordinistiche avevano contaminazioni politiche non irrilevanti. Per questo la carta dei "grandi interessi" mi era negata, non militando in nessuna organizzazione politica del luogo. Quindi rimaneva solo, a disposizione, il grande mondo dell’impresa e della "speculazione immobiliare", così come veniva chiamato in maniera forse troppo cruda, il mercato delle società immobiliari. I compensi che ti venivano proposti vertevano sempre sul solito detto "o mangi la minestra o salti la finestra". A proposito quindi dei compensi, come li citi Tu, caro Giovanni, mi meravigliò subito, da giovane iscritto all’Albo, la pretestuosità con cui i colleghi anziani sostenevano la Tariffa Professionale e lo zoccolo duro dei minimi tariffari, quando nei rapporti privati tra professionista e cliente, venivano siglati da tutti i patti più oltraggiosi alla dignità dell’architetto. Tutti sapevano, ma in pubblico bisognava sostenere che chi abbassava i minimi entrava nel girone dei morti di Sansone ed i filistei (censura deontologica). D’altra parte bastava fare una semplice equazione per potersi dare la giusta risposta a questo sistema così rigidamente arroccato. Cosa avrebbe potuto condurre da me, giovane ed illuso architetto, un cliente "tipo", se nel mio stesso condominio ci fossero stati Carlo Scarpa o Vittorio Gregotti ? O Renzo Piano ? Cosa avrebbe potuto distinguere la mia sconosciuta capacità (ammessa e non concessa), rispetto a quella che avrebbero potuto mettere in campo i maestri dell’Architettura ? La Tariffa Professionale, sostanzialmente, esprimava il concetto che il mio progetto sarebbe dovuto costare come quello dei grandi architetti. Quindi che cosa avrebbe fatto convincere il Sig. Rossi a fermare l’ascensore al mio piano, invece che a quello di Pierluigi Cervellati o di Ferdinando Forlay (ndr = famosi architetti bolognesi di quegli anni). "Spersonalizzando" il gioco dei grandi nomi dell’architettura, è evidente che mi riferisco, quando nomino questi personaggi molto conosciuti, alla chiera di coloro che nell’area geografica di pertinenza avevano in mano il mercato e che evidentemente avevano profonde radici nelle istituzioni ordinistiche. Per questo, nessuno poteva mettere in discossione la deontologia dei minimi tariffari, in quanto avrebbe probabilmente messo in discussione il potere dell’apparato e conseguentemente l’apparato di potere. Ed anche oggi, vigente il famoso Decreto Bersani, gli Ordini professionali confondono la carta del minimo o non minimo, comunque congruo, per favorire le schiere di archietetti che votano. Per la serie, se ti opino la notula come da tariffa, poi .... mi sono tolto un nemico. Questo prende ancora più risalto, in un contesto dove nell’edilizia privata (ed anche in quella pubblica), la crisi morde in profondità e tutti fanno una fatica "biblica" a pagare le parcelle degli architetti. Quindi alla solita domanda: - ma cosa fa per me l’ordine ? - ecco una delle risposte su cui si giocano le carriere dei nostri amati consiglieri. D’altra parte hanno perfettamente ragione. Fanno ciò che la legge gli impone di fare e cioè, tra le altre cose, gli opinamenti ed i pareri di conguità, quando richiesti dagli iscritti all’Albo. La politica si è solo dimenticata, nell’abolire i minimi tariffari, di abolire la legge intera. Cosa ci potevamo aspettare da quella politica, che nonostante il parere dell’organismo antitrust e la totale diversità di tutti gli altri ordinamenti Europei, continua a coccolare il sistema ordinistico come un fedele cagnolino ? Non mi dilungo ulteriormente e rimando a data da destinarsi la mia schizofrenica opinione sull’architettura come arte ed il suo rapporto con il Sindacato.

      Un saluto forte e sincero.

      Gianfranco Mazzei

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      • Ordini e.......Ordine Pubblico

        9 febbraio 2010, di laurark

        Carissimi....purtroppo le vostre considerazioni si svolgono in ...."troppe righe" per il mio tempo! (Anche perchè leggere al computer un po’ stanca). Cercherò anche io di essere breve.

        Avete ragione per quel che leggo, ma credo anche che, visto che ragionate di massimi sistemi, non possiamo sperare in una presa di coscienza così profonda del ruolo della professione da parte di gente che pensa solo ad arrivare a fine mese. (Perchè questo è il parco architetti italiano, si sa).

        Dovremmo invece meglio discutere con i colleghi, e coinvolgere su temi + concreti e sicuramente + allettanti, aiutandoci reciprocamente a "combattere" le difficoltà comuni (uffici pubblici che non ricevono, non adempiono...cosa fare in quei casi?).

        Servirebbe a far uscire allo scoperto i volenterosi e depressi, che si sentirebbero meno soli, avrebbero qualche vantaggio dal tempo speso e poi col tempo.....si potrebbe puntare + in alto. Siamo troppo....sparpagliati!

        Nemico numero uno L’INDIFFERENZA! :-)

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        • Ordini e.......Ordine Pubblico

          11 febbraio 2010, di Giovanni Loi

          In omaggio a questo tuo commento, puoi leggere il mio nuovo articolo sulla home page -:)

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