
A dispetto del sottotitolo e dell’immagine caricaturale che accompagna questo lunghissimo articolo, mi sono posto l’obiettivo di affrontare seriamente la questione della "CRISI" degli architetti italiani scoperta, pare, solo di recente dal CUP.
Sia chiaro: il termine CRISI, rivolto alla categoria degli architetti, non l’ho certo scelto io perchè mi piace fare la Cassandra, ma l’ho tratto da un articolo del Corriere della Sera del 21 settembre 2009, intitolato: "L’ altro volto della crisi: avvocati e architetti sono i più colpiti".
Ovviamente, il Corriere intendeva parlare della "crisi" recente, ovvero di quella situazione che deriverebbe dallo tsunami finanziario mondiale che negli ultimi mesi avrebbe travolto tutto e tutti.
Dato che, però, il quotidiano di via Solferino cita le sue fonti di informazione, ma, come si sa, moltissimi architetti non hanno la benché minima idea di cosa sia il CUP, mi permetto di ricordarlo.
CUP, sbrigativamente, è l’acronimo di Comitato Unitario delle Professioni, definito così da chi si occupa giornalisticamente di libere professioni ma che, in veste ufficiale, si chiama: Comitato Unitario degli Ordini e dei Collegi Professionali, denominazione che chiarisce molto meglio di cosa si tratta: i Consigli Nazionali di tutte le professioni regolamentate e, di conseguenza, i loro Ordini, volontariamente si sono riuniti in un Comitato, onde poter finalmente esternare pubblicamente le loro (degli enti) rivendicazioni sindacali.
Come mai?
C’era forse qualche ragione particolare che impediva la rivendicazione diretta da parte dei Consigli Nazionali o degli Ordini provinciali?
Probabilmente si e probabilmente no. Non siamo in grado di dirlo, come accade spesso per molti atti della Pubblica Amministrazione che, a differenza del cittadino comune, può fare quasi tutto ciò che le pare, a meno di non incorrere in qualche zelante magistrato che intenda vederci chiaro con qualche verifica più approfondita.
Per la cronaca, ritengo opportuno ricordare a chi l’avesse dimenticato che i Consigli Nazionali delle professioni regolamentate vengono definiti: Organi di giurisdizione (magistratura) speciale e fanno capo al Ministero della Giustizia.
La funzione giurisdizionale nel nostro Paese è sancita dalla Costituzione all’articolo 102 che recita testualmente:
"La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali [cfr. art. 25 c.1]. Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura [cfr. VI disposizione transitoria]. La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia."
E’ interessante, in particolare, leggere sia l’articolo 25, sia la VI disposizione transitoria della nostra Costituzione.
Articolo 25:
"Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge [cfr. art.102]. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge [cfr. art. 13 c.2]."
VI Disposizione transitoria:
"Entro cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione si procede alla revisione degli organi speciali di giurisdizione attualmente esistenti, salvo le giurisdizioni del Consiglio di Stato, della Corte dei conti e dei tribunali militari. Entro un anno dalla stessa data si provvede con legge al riordinamento del Tribunale supremo militare in relazione all’articolo 111."
Per farla breve, in parole povere:
la revisione degli organi speciali di giurisdizione attualmente esistenti (i Consigli Nazionali esistevano già prima della Costituzione repubblicana) sarebbero dovuti scomparire 5 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione del 1948, cioè nel 1953. La funzione di magistratura che essi svolgono sarebbe passata a delle sezioni speciali dei tribunali ordinari che avrebbero avuto il compito di "esaminare i ricorsi degli iscritti avverso le delibere degli Ordini".
Cosa centri tutto questo con la funzione sindacale che questi enti si sono attribuiti da soli, Dio solo lo sa.
Sarà forse per questo che qualcuno ha ritenuto indispensabile costituire il CUP?
Eppure tra noi architetti sono in tanti ad essere convinti che gli Ordini e di conseguenza il CNA siano i nostri tutori sindacali, gli enti che difendono prioritariamente i nostri interessi.
Niente di più sbagliato, visto che nella realtà la giurisprudenza ci dice che sono nati per tutelare l’interesse generale quindi l’architettura e non gli architetti, proprio attraverso la loro funzione giurisdizionale speciale, che, come abbiamo visto, risulta ormai illegittima se ci si affidasse, come si dovrebbe, al dettato costituzionale.
Ma è bene andare oltre, ricordando che la nostra Costituzione prevede anche un’altra garanzia fondamentale, ovvero quella sancita dal comma 1 dell’articolo 39 che recita:
"L’organizzazione sindacale è libera."
Ora, la domanda da rivolgere a chi crede ancora nella legittimità della funzione sindacale degli Ordini e del CNA a favore degli iscritti agli Albi o che intervista questi enti per conoscere il parere dei professionisti è la seguente:
vi pare che si tratti di organizzazioni sindacali libere, visto che sono soggette all’iscrizione obbligatoria per chiunque intenda svolgere l’attività professionale sul nostro territorio?
Lascio a voi "l’ardua sentenza", come direbbe il Manzoni.
Tutto ciò premesso, vorrei discutere finalmente delle esternazioni sindacali del CUP, che parla di 300.000 esuberi - pardon! - "posti a rischio" per via della recente crisi.
Leggendo l’articolo del Corriere, mi sono subito venuti i brividi. Conoscendo l’ideologia CUPologica (il "logos" del CUP per interderci), ho subito pensato che, agli architetti/magistrati che lo compongono, facesse molto comodo utilizzare una congiuntura negativa eccezionale per introdurre l’argomento degli esuberi, che tanto li preoccupa da qualche anno a questa parte.
Come si spiegherebbe altrimenti la Sua (del CUP) continua battaglia, supportata anche dai suoi difensori d’ufficio che siedono in Parlamento, contro le indagini dell’Autorità Antitrust?
Personalmente, da questo osservatorio "privilegiato" che si chiama anarchit (e spero si capisca finalmente il perché), ho il legittimo sospetto che, per noi architetti, non si tratti di semplice questione congiunturale, dovuta esclusivamente ad un evento recente di tipo eccezionale, bensì di una "crisi" da ricondurre ad altre e più complesse ragioni.
Ho quindi deciso di prendere spunto dalle informazioni del Corriere condendole con altre informazioni giornalistiche, onde cercare di comprendere se, dati alla mano, si tratti effettivamente di un fenomeno recente ed eccezionale o di una vera e propria patologia che ha origini più lontane nel tempo.
Il perché di questo tentativo, mi deriva, ovviamente, dalla fonte principale di informazione del Corriere, che viene dichiarata così nel suo sottotiloto: "Gli Ordini stimano: entro l’anno 300 mila posti in meno".
Come si è capito ormai, io non considero sempre affidabili le esternazioni provenienti dagli Ordini professionali, per i motivi che ho cercato di spiegare in diverse occasioni, soprattutto perché gli Ordini professionali non possono in nessun caso essere considerati neutrali, visto che sono composti da colleghi concorrenti che continuano ad operare sullo stesso mercato professionale dei colleghi che, per legge, sono chiamati a controllare e, se serve, a sanzionare.
Partendo da semplici dati, si possono quindi costruire informazioni diverse, che, spesso, sono semplicemente strumentali all’obiettivo che si pone chi le diffonde.
La seconda e più importante motivazione, che mi spinge ad intraprendere questo tentativo di leggere la "crisi" in modo alternativo, è il fatto che la discriminazione professionale è ormai talmente palese tra gli addetti ai lavori, che nessuno di noi può far più finta di credere alle favole strumentali diffuse dagli Ordini o dal CNA, senza fare le opportune verifiche.
A questo punto, la prima domanda da porsi è la seguente: esiste davvero una CRISI che minaccia in modo particolare gli architetti?
Se la risposta è positiva, si tratta, come affermano gli Ordini attarverso il loro comitato sindacale, di una semplice questione congiunturale, legata esclusivamente alla più recente crisi economica internazionale, oppure è qualcosa di più complesso, che affonda le proprie radici nel nostro passato disciplinare, nel nostro Ordinamento corporativo e nel modo in cui siamo costretti ad esercitare la cosiddetta professione, nel rigido regime di sleale concorrenza che contraddistingue il nostro Paese in Europa?
Se è così, come mai, qualcuno, vuole dissimulare la verità, utilizzando la congiuntura internazionale per giustificare veri e propri licenziamenti di liberi professionisti, che liberi professionisti non sono mai stati?
In italiano corrente, secondo voi, cosa significa "perdere il posto"?
Per chi conosce la struttura della cosiddetta professione di architetto in Italia, non può che trattarsi di un lapsus freudiano, perché altrimenti sarebbe difficile scambiare l’attività libero professionale col "posto" fisso.
Non sarebbe stato più corretto dire saranno costretti a chiudere la loro attività professionale?
Quando mai sono esistiti i dipendenti col posto fisso negli studi professionali italiani?
Non è singolare che chi viene obbligato ad essere "schedato" come libero professionista possa poi perdere il "posto" di lavoro?
Ma ecco che sento arrivare i soliti commenti sarcastici:
"ma Loi...non fare l’ingenuo!"
E si, perchè purtroppo è così, io non dovrei sarcasticamente fare l’ingenuo, mentre qualcun altro può tranquillamente lanciare messaggi allarmanti riguardo un settore endemicamente in crisi, che non conosce "posti di lavoro veri" se non di altro tipo (impiego pubblico ad esempio), visto che un architetto, iscritto all’albo, è sempre costretto, per lavorare anche come dipendente di uno studio professionale o di una sociatà di progettazione, ad aprire la partita IVA per un tacito ed a mio parere malsano accordo tra gli Ordini professionali ed Inarcassa.
Vi pare inesatto ciò che affermo?
Non corrisponde a verità che negli ultimi anni i giovani architetti che si iscrivono all’Ordine professionale vengano obbligati ad indicare sui moduli prestampati se intendono svolgere l’attività libero professionale o se sono in possesso di un contratto di lavoro subordinato?
Nel caso in cui non fossero in possesso del suddetto contratto di lavoro, è per caso falso che vengono praticamente forzati ad aprire la partità IVA in modo da essere, anche senza incarichi o rapporti di collaborazione in essere, iscritti automaticamente ad Inarcassa, così da versare automaticamente il contributo minimo ogni santo anno?
Esiste un esempio concreto di informazione giornalistica, che rende più chiaro quanto tento di rendere evidente, non certo da oggi.
Come molti di voi sapranno già, si annunciano da tempo aumenti crescenti per quanto riguarda i contributi soggettivi di Inarcassa (ogni cosa ha una sua ragione) e da un articolo pubblicato su Italia Oggi il 14/01/2009, cortesemente trasmessomi da uno dei tanti colleghi che inviano informazioni ad anarchit, anche per lanciare le loro personali campagne elettorali più che legittime come delegati Inarcassa, si legge:
"dai dati ufficiali dei bilanci Inarcassa emerge che, dei 137.000 iscritti, l’8% ha redditi superiori al massimo pensionabile (€ 80.850) e versa il 38% del contributo soggettivo complessivo; il 55% degli iscritti che ha redditi compresi tra il minimo e il massimo e versa il 62% del contributo, mentre il rimanente 37% degli iscritti dichiara un reddito inferiore a € 12.000 e versa il contributo minimo e accederà ad una pensione che ammonterà ad otto volte tale contributo minimo (?!?) (i punti interrogativi ed escamativi sono miei e si riferiscono all’ultima frase)."
Alla luce di questi semplici dati, un piccolo conto ci dice che:
137.000 x 0,08 = 10.960 architetti/ingegneri L.P.
137.000 x 0,62 = 84.940 architetti/ingegneri L.P.
137.000 x 0,32 = 43.640 architetti/ingegneri L.P.
Ripulendo il dato dall’apporto degli ingegneri liberi professionisti rispetto al numero degli iscritti alla cassa, che il dato ufficiale Inarcassa fornisce per il 2007, ovvero: 138.800 unità (leggermente superiore a quello di Italia Oggi), di cui 77.300 sono architetti e 61.500 ingegneri; mantenendo costanti le percentuali dichiarate da Italia Oggi (anche se questa operazione non è legittima, tenuto conto che gli architetti del "contributo minimo" aumenterebbero considerevolmente in percentuale), si capisce che i dati pubblicati si riferiscono evidentemente ad una condizione che è precedente alla crisi internazionale, che conterebbe più o meno:
77.300 x 0,08 = 6.184 architetti L.P. con redditi superiori al massimo pensionabile
77.300 x 0,64 = 49.472 architetti L.P. redditi compresi tra il minimo e il massimo
77.300 x 0,32 = 24.736 architetti L.P. che versano il contributo minimo
Ora io sono fermamente convinto che, disaggregando i dati, si arriverebbe, tra gli architetti, a percentuali molto superiori per i percettori di redditi più vicini al contributo minimo, rispetto a quanto appare dal dato aggregato.
Questi stessi poveri diavoli sono sottoposti, però, allo stesso studio di settore di un normale architetto che si può permettere di comprare forza lavoro subordinata solo se dotata di partita IVA.
Faccio quindi la seguente domanda: alla luce di questi dati relativi al reddito del 2007 vi sembra che la CRISI degli architetti sia dovuta esclusivamente a questioni congiunturali relative agli ultimi eventi finanziari?
Non sarebbe meglio leggere, attraverso questi semplici dati, che in Italia esiste una endemica situazione precaria della maggior parte degli architetti cosiddetti liberi professionisti (iscritti alla cassa), risultato di una palese condizione di mercato sperequato ed anticoncorrenziale nel settore del progetto, che non può che produrre, in periodi di crisi, drammi professionali proprio tra gli addetti ai lavori meno introdotti?
Non è anomalo che in Italia solo 6.000 professionisti vivano tranquillamente in condizioni di grande agiatezza che sarebbe meglio chiamare abuso di posizione dominante, grazie alla situazione disastrosa che il nostro Ordinamento e le normative sulle gare di progettazione e sui concorsi pubblici, gli incarichi affidati grazie alla sudditanza ai partiti politici, impongono, violando il regime concorrenza che l’Autorità Antitrust da tempo ci spinge a rispettare?
Tutti noi sappiamo che gli incarichi pubblici sono strettamente legati ai rapporti politici o direttamente ai partiti, mentre quelli privati, di una certa dimensione, alle capacità di relazione privilegiata con la pubblica amministrazione (funzionari, politici locali o uomini di potere di varia estrazione e provenienza).
Il resto è robetta, sono le briciole che necessitano della assurda pratica edilizia nostrana, altro che architettura! In un Paese peraltro dove l’ideologia della Pubblica Amministrazione considera, da sempre, l’edificazione privata pura speculazione edilizia.
E’ ovvio che il professionista potente, che si trova in una condizione monopolistica di accesso agli incarichi pubblici, deve essere messo in condizioni di godere di un vantaggio strutturale per poter abbassare i costi di produzione ed aumentare considerevolmente il suo reddito professionale.
Poter sfruttare una mano d’opera a basso costo, che per essere tale deve presentarsi sul mercato del progetto in abbondante sovrannumero, rispetto alle possibilità di assorbimento dello stesso mercato, è un obbligo.
E facciamo bene attenzione, perché questo sfruttamento selvaggio deve avvenire senza alcun rischio per il potente professionista o le imprese di turno che comprano la forza lavoro intellettuale a bassisimo costo, dato che il sistema dell’apertura della partita IVA, all’atto dell’iscrizione all’Ordine professionale, è diventato ormai un obbligo in un mercato professionale dov’è impossibile ottenere un impiego a tempo indetermiato.
Ma non bisogna mai dimenticare che in questa condizione sperequata esiste anche un’altro pericolo. Ovvero, la gran massa di architetti, non abilitati, che aprono partite IVA da disegnatori, operando in concorrenza con gli architetti più poveri, iscritti agli ordini e obbligati a pagare il contributo minimo ad Inarcassa.
Per rendere poi la cosa ancora più perversa, nelle nostre università di Stato, ci sono in parcheggio circa 100.000 studenti di architettura che attendono di poter accedere al mercato del progetto. Di questi, circa 8.000 si laureano ogni anno, trovandosi tra le mani un inutile pezzo di carta che gli impedisce l’accesso diretto alla professione.
Cui prodest? Direbbero i latini...
Non è che per caso esiste una Casta di docenti universitari che spinge per aumentare le iscrizioni, pena lo spauracchio della Cassa Integrazione o dei prepensionamenti e quindi la perdita del controllo nel campo del progetto, o della pianificazione, del restauro, della conservazione, o di qualunque altra diavoleria che gli consenta un arrichhimento a discapito di chi non ha alcuna possibilità di ottenere un reddito garantito dallo Stato?
Dopo cinque anni di complicate manovre per superare le forche caudine di un’università di pura marca intellettualistica, distante anni luce dalla perversa pratica professionale più burocratica e partitocratica dell’Europa occidentale, che la sottocultura geometrale impone oggi agli architetti italiani, non si ha diritto neanche ad un riconoscimento ufficiale del titolo di studio, distinto da quello dell’ingegnere, del geometra o del perito edile.
Non dimentichiamoci poi che manca sempre quell’esame di Stato che produce l’ecatombe dei laureati o le ripetizioni infinite dello stesso esame, quando non si decida il pellegrinaggio nelle sedi d’esame del SUD Italia che, pare, siano più "comprensive" di quelle del NORD.
Ma la cosa più grave in assoluto è, che tra i dati di Inarcassa che vengono sempre riportati per descrivere il reddito professionale, manca il cosidetto "buco nero" di chi alla Cassa non deve essere iscritto per ordine di legge, perché dipendente (vedasi ad esempio gli stessi professori universitari, quelli della scuola media inferiore o superiore, i funzionari comunali, provinciali o regionali, iscritti agli albi, che notoriamente operano, per arrotondare lo stipendio, in collaborazione con prestanomi esterni, quando non addirittura direttamente in nero, alla faccia di quanto i sindacati confederali raccontano sui media, riguardo ai liberi professionisti che sarebbero gli unici veri evasori fiscali).
Mi fermo qui, perché a questo punto mi sembra ci siano sufficienti elementi per fare qualche domanda a chi, professionalmente più potente di noi, non condivide affatto le nostre posizioni.
Per fare questo voglio tenere nel debito conto però quanto sta accadendo in questi giorni per la corsa alla Presidenza del CNA.
Come molti di voi, siamo al corrente che da qualche mese è partita la campagna per le candidature alla Presidenza del Consiglio Nazionale degli architetti, con incontri e conversazioni private, che pare non abbiano bisogno di essere conosciute dalla gran massa degli architetti.
Per quanto ci riguarda riteniamo non si tratti di questione marginale rispetto al futuro di tutti noi.
Pur non essendo infatti conivolti direttammente nell’elezione del più alto Magistrato professionale, riteniamo opportuno fare chiarezza su quella che per noi è un’evidente crisi di identità e di ruolo dell’architetto italiano, che non può più essere affrontata con l’improvvisazione o con l’inganno di chi cerca solo di raggiungere i vertici della rappresentanza professionale per fare "carriera".
Intendiamo quindi sollecitare tutti i candidati che mirano allo scranno supremo del CNA... affinché prendano finalmente sul serio le nostre riflessioni, non foss’altro perché è ormai impossibile fare finta che i pareri diversi non esistano tra gli architetti come affermava lo scomparso Presidente Sirica.
Come sapete, nei mesi scorsi si sono concluse le "lotte intestine" tra chi intendeva conquistare una poltrona all’interno dei Consigli degli Ordini provinciali.
Tutto ciò accadeva mentre, cautamente, si aprivano le consultazioni tra i Consigli degli Ordini, per decidere chi è intenzionato a sedere sullo scranno principale di via Santa Maria dell’Anima 10 a Roma (per chi ancora non lo sapesse si tratta dell’indirizzo del CNA...).
La prematura scomparsa di Raffaele Sirica, contro il quale personalmente e con mia grande sorpresa, lo stesso Corriere della Sera mi costrinse ad un confronto a singolar tenzone nella veste di "unico" e palese oppositore dichiarato, sembra aprire un nuovo corso verso la successione al vertice degli architetti italiani.
Tutti conosciamo le linee di politica professionale del vecchio CNA, che puntava, per risolvere la "crisi" della professione, su una non meglio identificata qualità dell’architettura certificata, da raggiungersi grazie alla messa in campo della "licenza di esercizio" da obbligare per legge grazie alla formazione continua e permanente ed alla verifica periodica della permanenza dei requisiti professionali.
L’intento del CNA, presieduto per diversi anni sempre da Raffaele Sirica, era quello di irrigidire l’accesso agli incarichi (pubblici e privati) introducendo sempre maggiori difficoltà burocratiche per l’approvazione di qualunque progetto di architettura, imponendo una massa ingente di costosissimi corsi obbligatori, finalizzati, di fatto, alla riduzione degli effettivi all’interno del corpo professionale.
Questo progetto aveva come Mentore il CNI, ovvero il cosiddetto fratello maggiore che ha sempre dettato legge in materia edilizia e di farraginose leggi utili solo a burocratizzare sempre di più il sistema delle costruzioni in Italia.
Solo quindi chi fosse stato in possesso dei requisiti tecnici posti sotto lo stretto controllo dei colleghi seguaci della teoria della massima burocratizzazione della professione, avrebbero ottenuto il diritto alla cosiddetta "licenza di esercizio" (per interdersi, di tipo farmacista titolare di costosissima farmacia).
Dunque, a chi ancora crede fermamente nel valore dell’istituzione pubblica di matrice corporativista considerandola addirittura un "organo sindacale", che la Costituzione del 1948 definisce invece un organo giurisdizionale speciale da procrastinare per soli 5 anni dalla sua introduzione, o a chi aspira ad occupare la poltrona del più alto magistrato professionale crediamo giusto fare qualche semplice domanda tra le tante possibili, per capire come la pensa sulla difficile sopravvivenza di moltissimi architetti italiani.
Vi pare normale che per svolgere un’attività professionale si debba pagare una tassa il cui importo è a discrezione di ogni singolo Ordine territoriale, per tutelare un interesse generale che non compete solo ai professionisti?
Come mai chi non è abilitato e svolge attività analoghe a molti iscritti agli albi non è costretto a pagare alcuna tassa?
Com’è possibile che architetti che comprano e vendono forza lavoro, solo perché sottoposti al regime obbligatorio della partita IVA, debbano sottostare al medesimo studio di settore che li massacra a vantaggio dei loro concorrenti più forti?
Corrisponde a verità che gli studi di settore vengono stabiliti: sentito il parere degli Ordini professionali?
Se gli Ordini, di fatto, sono anche enti di rappresentanza sindacale con poteri disciplinari annessi, come possono allo stesso tempo rappresentare chi compra e chi vende forza lavoro garantendo equità di giudizio?
Perché mai i regolamenti delle gare pubbliche di progettazione sono costruite scientificamente per agevolare gli insider, ovvero chi compra forza lavoro e penalizzare sempre chi la vende, pur in possesso degli stessi titoli di base di chi la compra?
Come mai in questo sistema considerato da molti perfetto, giovani coetanei sono stracarichi di incarichi pubblici ed altri sono costretti a fare la fame avendo spesso migliori competenze dei primi?
Non sarà che l’ordinamento anticoncorrenziale vigente in Italia sia viziato da un malcostume, non censurato dagli Ordini, che privilegia chi sfrutta le entrature politiche o familiari con alcuni funzionari pubblici o politici locali, per garantirsi un occhio di riguardo nell’accesso agli incarichi o nell’approvazione dei progetti?
In questo quadro da noi sommariamente descritto a cosa servirebbero i corsi di formazione obbligatori, quando si sa che, ci sono casi di architetti che siedono addirittura sulle poltrone di Consigliere dell’Ordine, dopo essersi vantati in pubblico di aver ottenuto il diplomino X autentico, senza aver mai seguito i corsi obbligatori e senza neanche aver mai pagato la relativa quota di iscrizione, ben sapendo di non poter essere mai perseguiti dalla legge, perché nessuno è in grado di dimosrare che il suddetto diploma sia falso?
Vi pare civile che una norma che prevede che il CNA, a discrezione, stabilisca i corsi di formazione da imporre agli architetti per mentenere il diritto ad esercitare la professione che producono le suddette anomalie (per non dire porcherie), venga inserito di soppiatto in un Codice Deontologico, comunicato a fine luglio del 2009 ed entrato in vigore il 1° di settembre dello stesso anno?
Attendiamo reazioni.
Seguono alcuni complementi di questo articolo, scritti in precedenza ed elencati in ordine di pubblicazione:
E adesso parliamo di Inarcassa
comunicazione all’arch. Loi nella seduta di Consiglio di ieri è stato proposto il tuo nome per eventuale candidatura in una delle commissioni in costruzione: 4^ Commissione PROMOZIONE DELLA PROFESSIONE ambiti: Esteri; Incontro domanda/offerta; Giovani; Nomine; Nuove professionalità se sei interessato a candidarti effettivamente invia il CV e un breve commento per motivare la preferenza e la disponibilità, per il momento non ci sono incontri calendarizzati, i componenti si accordano di volta in volta
invia il tutto a consiglio@ordinearchitetti.mi.it
carino il tentativo di PHISHING!
Se abbocco all’amo come una trota della Valtellina che cosa vinco?
Un pupazzo di neve tipo Matrioska con sorpresa finale incorporata?
A proposito, il curriculum lo preferisci in formato milanese o direttamente in formato ichnusa?
E il commento...posso inviarlo in ticinese?
Un cordiale saluto.
ps: sono spiacente che in questo scherzetto sia stato coinvolto il mio Ordine professionale, che per comunicare con me usa sempre altri canali. Ma sono certo che sarà comprensivo.