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Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

Risposta alla richiesta di dibattito sulle tariffe professionali.

martedì 8 maggio 2007 : Giovanni Loi

Stefania nel suo ultimo contro commento ai Forzati del Progetto - 2 scrive:

"Sinceramente non mi convince la questione delle liberalizzazioni, per lo meno l’eliminazione dei minimi tariffari, affatto, non credo che sia una delle soluzioni ai tanti problemi, anzi. Mi piacerebbe finalmente sentire dei validi pareri contrari al proposito."

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Sparare sul sito anarchit l’amore per le tariffe minime è come invitare al pranzo di nozze un clochard.

Se sei pronta, cara Stefania, senza che tu ci abbia spiegato perché la pensi come la pensi, sono lieto finalmente di farti "sentire" un parere molto ma molto "contrario" al tuo.

Ed allora cominciamo.

Lasciami dire innanzitutto, che ciò che ti dirò è già stato scritto da me su questo sito, magari in modo frammentato, e che è possibile ricostruirlo.

Ora tu plani su anarchit con la "tua" tesi uguale a quella di chi da tempo dice: "Loi tu sei l’unico che la pensa diversamente dagli altri!".

Tu, giovane professionista che ha studiato nella città che più di ogni altra incarna la figura dell’architetto intellettuale, dimostri di esserti soltanto lasciata convincere da una sovrastruttura ideologica che mai, dico mai, ti ha permesso di essere tutelata o garantita.

In questo sembri, come molti altri professionisti apparentemente ingenui, una adepta di una setta che, non ragionando, ha fatto atto di fede per una falsa verità imposta col lavaggio del cervello.

In modo piuttosto meccanico, come si usa fare in questo nostro disastrato Paese, attraverso la semplice evocazione delle tariffe minime, ti allienei al coro degli eletti che con quel ritornello hanno fatto credere, per decenni, che la professione si tutelasse con le tariffe.

Potrei farti la classica domandina stupida: ma ti sembra che sia così? Ma non la faccio.

Allora provo a spiegarmi in termini economici, strutturali, al limite del Marx che ha studiato l’economia liberale, meglio di quanto non abbiano fatto gli stessi economisti liberali.

Tu, cara Stefania, stai utilizzando una fattispecie corporativa per parlare di una fattispecie liberale e lo fai per abitudine, direi quasi perché ti sei fatta convincere che la fattispecie corporativa e il giusto limite a quello che consideri il liberalismo selvaggio.

Ora, un vero marxista ti direbbe, con disprezzo, che sei solo troppo "socialdemocratica", perché pensi di moderare il capitalismo con palliativi inutili se non dannosi alla liberazione dell’uomo moderno.

Il tuo meccanico adeguarti al principio della tariffa minima come fatto di civiltà, come se si trattasse di un salario minimo garantito, è frutto di una favola consolatoria utile solo a calmare gli animi più inquieti.

Potrei chiederti quindi non solo quando mai sei stata garantita dalla tariffa minima ma anche come mai, nella pratica, la tariffa minima vale solo per chi l’incarico lo riceve dal committente e non per chi, con la partita IVA finta, lavora in esclusiva per un collega.

Ma volerò più alto.

Dal Campbell-McConnell-Stanley, Economia, più di 800 pagine di uno dei tanti testi che si usano nelle facoltà di economia dell’Occidente capitalistico, che molti ingenui no global odiano, ti cito alcuni principi che informano la cultura liberale che in questo nostro Paese non esiste proprio.

Gli economisti distinguono quattro principali situazioni di mercato:

(1) la concorrenza perfetta;

(2) la concorrenza monopolistica;

(3) l’oligopolio;

(4) il monopolio.

Gli elementi che consentono di distinguere questi quattro modelli di mercato sono:


-  il numero di imprese che operano in un dato settore;

-  il grado di differenziazione del prodotto;

-  la facilità con cui nuove imprese possono entrare nel settore;

-  e, "dulcis in fundo", il controllo sui prezzi.

Si parla di concorrenza perfetta quando il numero delle imprese è molto alto e il prodotto fornito è standardizzato, inoltre vi è una grande facilità di ingresso da parte di nuove imprese e le singole imprese non possono in alcun modo esercitare alcun controllo sui prezzi del prodotto che offrono (ora vedi tu se questa definizione teorica collima col settore libero professionale italiano che abbiamo finora conosciuto regolato dalle tariffe minime - personalmente lo escludo).

Passiamo alla seconda situazione di mercato:

la concorrenza monopolistica è caratterizzata da un numero relativamente alto di imprese che vendono beni o servizi differenziati agli occhi dei consumatori. La differenziazione comporta il ricorso alla pubblicità o ad attività promozionali e allo sviluppo di nuovi prodotti da parte delle imprese. Inoltre è piuttosto facile ma non facilissimo entrare in un settore caratterizzato da una situazione di concorrenza monopolistica per via delle competenze e della non standardizzazione dei prodotti mentre i prezzi continuano a non essere sottoposti a controllo (ora vedi tu se questa definizione teorica collima col settore libero professionale italiano che abbiamo finora conosciuto regolato dalle tariffe minime - personalmente lo escludo).

Si parla di oligopolio quindi, quando il numero dei produttori è limitato da barriere di accesso, ciascuna impresa subisce gli effetti delle decisioni dei concorrenti, deve tenere conto di tali decisioni, in particolare riguardo al prezzo dei prodotti o dei servizi offerti ed alla quantità da produrre. In genere l’ingresso in un settore oligopolistico è molto difficile (ora vedi tu se questa definizione teorica collima col settore libero professionale italiano che abbiamo finora conosciuto - personalmente credo proprio di si).

All’estremo opposto della concorrenza perfetta si trova il monopolio, in cui il prodotto o il servizio viene venduto da una sola impresa, non è consentito l’ingresso di altri concorrenti, per cui da sola l’impresa costituisce un’industria ed il prezzo è imposto da quella impresa. Dal momento che il prodotto è unico, non esiste differenziazione ed è inutile che io dica che entrare in questo tipo di mercato è impossibile (ora vedi tu se questa definizione teorica collima con settore libero professionale italiano che abbiamo finora conosciuto regolato dalle tariffe minime - personalmente lo escludo).

Per fare un esempio di monopolio citerò due casi al limite del monopolio che conosci bene: Windows ed Autocad (prova ad analizzare bene e vedi a quale di questi quattro modelli appartengono i due competitor che non hanno competitor).

Chiamasi quindi concorrenza imperfetta una situazione di mercato che non risponde ai requisiti della concorrenza perfetta.

Il nostro mercato di riferimento è uno di quelli definiti imperfetti.

Stante la teoria ho indicato che il modello al quale gli architetti sono sottoposti è quello dell’oligopolio, che come ho spiegato è caratterizzato da forti rigidità di ingresso, prezzi concordati, e prodotti interdipendenti.

Ebbene, l’ingresso dell’Italia nella Comunità europea impone che il nostro Paese faccia transitare le libere professioni dal mercato oligopolistico a quello di concorrenza monopolistica. Da lì non si scappa.

Ma non è questo argomento che voglio utilizzare per convincerti della assurdità del fissare tariffe minime, quanto il fatto, notorio, che, in un mercato oligopolistico, gli insider (ovvero chi da tempo sguazza indisturbato in quel mercato) hanno la meglio sugli outsider che tentano di entrare, con le regole imposte dagli insider, in quel mercato.

Ora tu prova a concentrarti sull’analisi della tua situazione professionale e prova a vedere chi ottiene vantaggi e perché dalle tariffe minime.

Ti pare che il tuo ingresso nel mercato oligopolistico italiano ti abbia agevolato, anche se sei abilitata a farlo?

Personalmente, da quello che scrivi, non mi pare.

Ed allora, se hai dovuto superare barriere all’accesso per entrare in quel mercato, se l’innovazione ti viene impedita dai codici deontologici, se l’abbassamento dei costi di produzione e l’organizzazione del lavoro di impresa è fissato per legge, come puoi tu competere in quel mercato?

Ti ricordo che ti trovi ancora in un sistema capitalistico, non in un sistema socialista o meglio comunista.

E allora perché, in un sistema capitalistico, i tuoi colleghi concorrenti, da me definiti insider, dovrebbero avere dei poteri così devastanti da impedire a te di competere con loro per produrre meglio i tuoi servizi a costi inferiori?

Spiegamelo tu adesso e convincimi che è giusto, sempre tenendo conto che ti trovi in un sistema capitalistico, dove le libere professioni galleggiano in un regime di oligopolio. Ma ricordati che per fare questo non puoi mescolare capra e cavoli, confondendo presunte utopie comuniste inesistenti in questo corporativo Paese e la realtà di un mercato dove la concorrenza non esiste e dove i salari, per questo motivo, sono i più bassi d’Europa.

Attenta che se mi devi parlare di pubblico interesse e del fatto che l’architettura non dovrebbe far parte dell’odiato mercato, potrei controbattere che la tua è solo utopia regressiva della peggior specie (come avrebbe detto Manfredo), perché la proprietà pubblica dei mezzi di produzione in Italia non esiste. Ma qualora fosse questa la tua anelata soluzione ti avverto che da quel modello economico le libere professioni sono escluse perché considerate terziario improduttivo, ovvero attività parassitarie e verrebbero integrate automaticamente nella funzione pubblica per cui non potrebbero più esistere come tali.

Quindi chi ha a cuore la sua "libera" professione non mi parli più di pubblica utilità per l’architettura se prima non è disposto a trasformarsi in un asettico burocrate di Stato, sottoposto a disciplina di partito.

Il resto, l’utopia dell’anti mercato, è solo chiacchiera idielogica utile solo "pour epater les bourgeoises".

Questo è quello che pensa Giovanni, un misero liberale che ha studiato un po’ troppo Marx.

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  • Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

    23 maggio 2007, di Stefania

    Come promesso ti rispondo.

    Condivido le avversità nei confronti degli Ordini, ma ho l’impressione che qui si voglia salvaguardare il laureato in architettura/ingegneria solo affinché diventi un libero professionista felice e libero da ogni frustrazione.

    Ti ricordo che l’asserto fondamentale di Marx è la difesa della classe operaia e lavoratrice, non la tutela di una qualsiasi branca economico lobbistica che grava sulle sue spalle, e solo le lotte organizzate degli oppressi hanno frenato la fame di profitto, ancor oggi causa principale della miseria di un mondo in guerra permanente non di certo retto da dittature comuniste.

    Inoltre, come dici tu, l’automatismo che lo ingloberebbe nell’asettica burocrazia di uno stato a "regime di partito" (presunto comunista come traspare dalle tue parole) è del tutto fuori luogo perché confondi il comunismo con la burocrazia socialista, che sono 2 cose diverse.

    L’architetto ha sempre avuto il ruolo di mediatore tra la società e i luoghi, ed è stato utilizzato come l’interprete di ideologie durante i regimi totaitari di qualsiasi fazione e comunque in contesti in cui l’identità sociale è molto sentita: Speer per Hitler, Tatlin in Unione Sovietica, interessante il concorso per il Palazzo dei Soviet tanto per restare in tema... o tutta l’architettura sacra nei secoli o Michelozzo per Cosimo De’ Medici. Oggi la figura di architetto non è più quella privilegiata del libero professionista di 50 anni fa quando erano in pochi e il contesto socio-culturale completamente diverso. Oggi è un lavoratore come un altro.

    L’eliminazione delle tariffe minime non comporta l’eliminazione degli scontri tra corrotti oppressori ed oppressi né l’eliminazione delle finte partite iva. Le tariffe minime in Italia non sono mai esistite e la liberalizzazione, in questo contesto, non è che legalizzare un reato che da sempre professionisti venduti e committenti speculatori hanno commesso. Stai confondendo presunte utopie liberiste con la realtà di un mercato corrotto nel suo DNA.

    Non è che sbaglio, ho solo un’opinione decisamente diversa dalla tua:

    tu sei liberista, io... assolutamente NO!

    Stefania

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    • Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

      23 maggio 2007, di Giovanni Loi

      Esattamente come immaginavo.

      Risponderò allora solo per cortesia così: fuori tema!

      Non ritengo personalmente necessario dire altro.

      Lascio solo la parola a chi nel 1858 (100 anni prima che io nascessi) scrisse:

      "Avevo cominciato lo studio di questa scienza a Parigi, e lo continuai a Bruxelles, dove ero emigrato in seguito a un decreto di espulsione del sig. Guizot. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza."

      Mentre io parlo della prima, tu, da buona ideologa borghese, ti dimostri solo una vittima inconsapevole della seconda.

      Cosa posso dire: che il buon Dio (quello in cui non puoi credere per definizione) ti assista.

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      • Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

        23 maggio 2007, di Stefania

        Anch’io non ritengo aggiungere altro, ma questa non può passare inosservata!! Un esempio pratico di mercato corrotto in edilizia sui quotidiani odierni:

        "Inchiesta della procura di Vicenza ha scoperto un ampio sistema illegale L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta Truffa degli appalti nel nord Italia 19 arresti e 150 perquisizioni"

        leggi:

        http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/cronaca/appalti-venezia/appalti-venezia/appalti-venezia.html

        tariffe minime? maggior ribasso? che ognuno ne tragga le proprie conclusioni.

        un saluto!

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  • Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

    9 maggio 2007, di Redazione Anarchit /Giovanni Loi

    Grave incidente di percorso.

    Come sapete Anarchit è aperta a tutti i contributi interni ed esterni.

    Anarchit non è però aperta ai metodi squadristici, molto probabilmente organizzati da terze parti e finalizzati a censurare e discreditare il lavoro svolto sul sito in questi ultimi mesi.

    Pochi minuti fa siamo stati diffidati per motivi di privacy proprio da chi avevamo accolto e considerato fino al punto di pubblicare come articolo ("I forzati del Progetto 2") il suo commento ad un nostro articolo (I forzati del Progetto).

    Abbiamo peraltro preso talmente sul serio la persona fino a replicare in modo serissimo ad una sua successiva presa di posizione sulle tariffe minime.

    Evidentemente ci siamo sbagliati.

    Personalmente intendo chiudere l’incidente comunicando che qualunque replica della persona in questione verrà da me personalmente cestinata, dato che i metodi squadristici organizzati da terzi per farci passare per farabutti, in anarchit non possono avere e non avranno diritto di cittadinanza.

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  • Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

    8 maggio 2007, di Stefano Maffulli

    Sono totalmente d’accordo con Loi. Le tariffe minime sono la barriera alzata dalle corporazioni (tutte) per impedire la concorrenza. Sono il primo baluardo che dovrà cadere per introdurre l’innovativo concetto di libero mercato. Consiglio la lettura di questo briefing paper del Istituto Bruno Leoni a proposito.

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    • Perché sulle tariffe chi la pensa come Stefania, sbaglia.

      11 maggio 2007, di Anna

      Sono le 24:00 del 10 maggio, sono stanca, depressa e demotivata. Non posso cimentarmi a quest’ora sui presunti collegamenti filosofici tra tarife minime e marxismo però l’unica cosa che mi viene in mente è che proprio qualche settimana fa un mio cliente mi ha chiesto di progettare l’esecutivo di un centro commerciale di 4000 mq per la cifra di 8000 Euro ovviameto saldati in nero sottolineando il fatto che ora che i minimi tariffari non esistono più mi potevo anche permettere di scontare la parcella di un buon 80%. Ora voi mi risponderete che comunque siamo sempre liberi di non accettare. Può darsi, se il mercato fosse frequentato da tanti liberi professionisti seri e soddisfatti del proprio lavoro e soprattutto non affamati, e se per controparte avessimo tutti clienti ed imprenditori onesti,colti e preparati pronti ad apprezzare gli sforzi della nostra opera, a comprendere che un progetto così complesso non si può realizzare senza un buon apparato ed organizzazione di studio (che ha un costo), a comprendere che la preparazione di una architetto si compie in tanti anni di studio, gavetta ed esperienze, e che la qualità comunque si paga, sempre. Morale della favola: ho rifiutato ed il mio vecchio cliente mi ha risposto molto divertito che comunque certi particolari li avrebbe ideati da solo con l’aiuto di un giovane disegnatore non ancora architetto ma comunque disponibile a disegnare tutto ciò che voleva al minimo prezzo. Ha aggiunto inoltre che la variante finale l’avrebbe fatta un altro professionista che nel frattempo gli ha promesso la possibilità di realizzare ulteriori mille metri quadrati.

      Io non credo che questa mia brutta esperienza sia totalmente dovuta agli effetti del Decreto Bersani.Di contro mi è facile pensare che in certi casi la barriera dei minimi tariffari poteva rappresentare una protezione contro lo sfruttamento nei nostri confronti che comunque c’è da parte di tutti . In qualche modo la "protezione" di una corporazione mi faceva credere di poter avere un "minimo" di rispetto da parte di clienti che troppo spesso non pagano o pagano male, che prendono i disegni e scappano, che troppo spesso si fanno fare un progetto dal bravo ma giovane architetto che non pagano e che poi affidano l’incarico di quello stesso progetto ad altri professionisti meno bravi ma più "intrapprendenti" ed "agganciati"dal punto di vista politico. Aggiungo inoltre che i minimi tariffari in realtà non sono mai esistiti veramente se non nei casi di contenziosi con la committenza. In tutti gli studi in cui ho lavorato ho visto sempre scontare le parcelle. Il minimo tariffario è sempre stato usato dal professionista solo come riferimento. Vi prego quacuno mi dica se ha mai subito un esperienza simile.E qualcuno mi dica come si fa a difendersi da chiunque crede che progettare sia un lavoro da "madonnari"(con tutto il mio rispetto per la categoria), del tutto inutile e quindi di nessun peso e valore economico.

      Anna

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