
A.S. - Non ti spaventare se è lunga. Magari leggila a rate.
A mia figlia Mariangela, architetta.
Spero che tu legga questa mia prima sul sito anarchit.org che nella posta elettronica, perché vuol dire che hai capito il senso delle mie sollecitazioni. Hai ragione, non hai tempo, non hai voglia, otto ore di lavoro sono stressanti, ti succhiano tutta la linfa vitale di cui sei capace a trent’anni, ma il risveglio che sto vivendo in questi giorni, da un paio di mesi in qua, mi ha dato una tale iniezione di fiducia che non posso non sollecitarti ad unirti alla schiera di chi mi sta facendo vivere una nuova primavera.
Era il sessantotto, ma era partita già dal sessantaquattro, quando ci fu la presa di coscienza che ci animò in quegli anni. Non credere che eravamo tutti coscienti di ciò che si stava sviluppando sotto i nostri occhi, molti non avevano la percezione di ciò che stava accadendo, molti di noi hanno cominciato a partecipare sotto la spinta emozionale delle grandi assemblee, della partecipazione di piazza; ma che nelle università esistessero i baroni tutti lo sapevano e lo subivano. Furono anni di grande entusiasmo, di grandi battaglie e di grandi vittorie e non fu solo accadimento delle piazze antistanti le università.
Hai partecipato alle tue assemblee studentesche con compagni che non sapevano da dove provenivano quelle ore rubate alle lezioni, hai avuto notizia che il risveglio degli studenti c’era stato alla fine degli anni settanta, hai organizzato le occupazioni e le autogestioni della tua scuola agli inizi degli anni novanta, poi è caduto il silenzio degli anni dell’università. Tutti vi siete rinchiusi nei vostri studi, nei vostri problemi vissuti ciascuno per proprio conto. Hai anche tu dovuto rinunciare alle feste, a molti fine settimana, a vivere le vacanze sotto l’incubo del prossimo esame; hai indugiato sulla tesi da scegliere, se dovevi o no frequentare quel master e spendere ancora un anno, forse di più, della tua gioventù, nella speranza che fosse il biglietto di presentazione per la ricerca di un lavoro; ho visto aumentare a dismisura il tuo stress per affrontare l’esame di abilitazione, l’ho contestato insieme con te, perché strumento di potere finalizzato esclusivamente alla mortificazione di giovani costretti a subire perfino l’onta del rifiuto del proprio lavoro - lo scritto - neppure sfogliato dagli “esaminatori”.
Hai lavorato con entusiasmo quando ti hanno dato l’opportunità di lavorare, e lo hanno chiamato stage perché non dovevano pagarti; ti hanno tanto apprezzata da proporti ancora altri sei mesi, anche quelli gratis, perché così avresti fatto crescere il tuo curriculum; sei stata contenta e ti sei sentita ammirata quando ti hanno fatto lavorare per altri tre mesi e la tua gratificazione è stato l’unico compenso; hai accettato di lavorare quattro mesi gratis - questa volta l’hanno chiamata formazione in itinere - e i tuoi genitori sono stati costretti a fornirti anche di auto propria perché dovevi fare 80 kilometri per andare a prendere quotidianamente la tua soddisfazione, con la preoccupazione dei tuoi di saperti per strada e con l’unica copertura assicurativa della RC Auto. Anche questa volta ti sei dovuta accontentare degli elogi per le tue capacità, null’altro essendoti dovuto. Hai infine accettato di mettere alla prova le tue competenze acquisite e accresciute - questa volta lo hanno chiamato periodo di prova: altri tre mesi senza percepire un euro ma con la speranza di un lavoro che ti piace fare. Alla fine dei tre mesi, però, ti hanno detto che non c’era posto né per te né per quelli che erano prima di te, da parecchi anni, gente sposata, giovani già con figli perché avevano valutato di potersi avviare, di avere le spalle sufficientemente coperte per affrontare in due il futuro: la società chiudeva per ristrutturazione quasi imposta dal decreto Bersani. Finalmente ti hanno proposto qualcosa che ti portasse anche qualche soldo - questa volta ti hanno definita collaboratrice (di chi?) coordinata(come?) a progetto(quello che stai elaborando tu, architetta!) e per farti perdere l’identità ti hanno appiccicato una sigla: CO.CO.PRO., che bella! Hai sùbito scoperto che quella sigla nascondeva una immediata decurtazione di 200 euro sui mille di cui ti avevano parlato: prendere o lasciare, e comunque “pensi, signorina, al curriculum che si sta facendo!”
Hai motivi a sufficienza per sentirti demotivata e proiettata solo verso la fine della settimana, hai ragione di essere stanca di dover per forza capire l’Ordine, la partita IVA, la ritenuta d’acconto, l’Inarcassa, l’età pensionabile, e poi il testo unico, la Merloni, Bersani, le tariffe, la deontologia, il codice etico, il libero mercato delle professioni ......
Ti ho girato le email di Info Anarchit perché hai bisogno di una iniezione di speranza. Le tue amiche, le tue colleghe architette, con problemi analoghi ai tuoi, non sono solo quelle del fine settimana, Clotilde, Ilenia, Federica; ci sono anche Iris, Caterina, Elena, Stefania, Giovanna, Laura e poi Giovanni, Leonardo, Elio, Antonio, Beppe, Tommaso, Massimo, Andrea, Antonio, Nunzia e tanti altri, tutti con la voglia di dare vita ad una nuova primavera di passioni per la propria professione, per la propria collocazione all’interno della società che non può essere la stessa che nega ad un’architetta di fare l’architetta o che pretenda che lo faccia senza l’etichetta di architetta o, forse di più, che lo faccia con le capacità e la professionalità di un’architetta ma senza diritti e senza visibilità.
Tu a Milano il 12 forse non potrai esserci; io ci sarò perché per troppi anni ho dovuto essere sopportato da chi ha creduto e crede ancora che un ingegnere è ingegnere tout court, che un architetto è architetto tout court, che all’Ordine bisogna solo pagare la quota annuale, che all’Ordine si vada solo per farsi vidimare una parcella contestata, o quando invitati da un consigliere che sta prendendo soldi perché ha organizzato un corso di aggiornamento e bisogna riempire la sala, o quando sollecitato da un collega che aspira ad essere consigliere e che ha bisogno di presenze “qualificate” (la tua) perché deve far bella figura con il politicante da lui invitato che ci parlerà di ...
Occorre voltare pagina e questo è il momento propizio perché c’è stato chi ha avuto la capacità di coagulare menti pensanti intorno ad un problema reale, di vita, di futuro.
È in discussione se il/la nascente Uniarch dovrà essere un comitato o un’associazione, se è opportuno che sia solo di architetti o anche di ingegneri, se architetto dev’essere inteso come lo stesso architetto di quelli iscritti all’Ordine o se deve avere l’accezione di costruttore (lo sai che in passato c’è stato chi ha affacciato l’idea che fosse cambiato il nome da architetto ad architecnico?), se la tariffa professionale deve ancora esistere o se occorre aprirsi al libero mercato. Pensa tu, le domestiche hanno la loro tariffa minima (base) di sei euro all’ora ma nessuno si scandalizza se quella che ha chiamato in casa propria prende anche 12 o 15 euro all’ora, perché li vale tutti e glieli dà volentieri (libero mercato). Il problema si pone, non c’è dubbio, perché non si vede per quale motivo al farmacista, al notaio (grossissimi scandali tutti italiani), all’avvocato non bisogna chiedere sconti perché tutto è a tariffa; ed invece tra gli architetti e gli ingegneri ci deve essere la possibilità che, base la Tariffa professionale (massimo), si arrivi a sconti assurdi di oltre il 60 % senza neppure valutare se è un’offerta anomala. Lo sai che ci sono geometri che, a parità di prestazioni e da pubbliche amministrazioni, riscuotono parcelle più salate dei loro colleghi (così loro li chiamano) architetti o ingegneri? Forse dovremmo copiare dalle domestiche: una tariffa base minima e il resto lasciato al libero mercato. Ci sarà da discutere, certo, come ci sarà da discutere su tante altre cose: il concorso di progettazione, l’appalto concorso, il progetto integrato, il progetto di finanza ...
Per il momento occorre far nascere il movimento di base che prenderà corpo il 12 maggio a Milano, poi si aprirà il confronto su tante esperienze che potranno dare il loro contributo per trovare la formula più adatta a ridare dignità ad una professione che nel tempo ha perduto smalto perché stritolata dai poteri che hanno strizzato i cervelli altrui per creare finanza. Occorre ridare la consapevolezza a tanti giovani professionisti che quella dell’architetto, ancor prima che una professione, è uno stato dell’anima, un paradigma della vita, una declinazione dell’essere (non ho detto coniugazione: per l’architetto esiste solo il presente ed il futuro; il passato remoto deve solo far parte della sua cultura e il passato prossimo un retaggio scolastico). Della professione protetta deve capire solo che l’aggettivo è riferito a chi usa le sue competenze, che quindi è rivolto al sociale, non è fonte di privilegi come gli Ordini ci hanno fatto capire (chi li ha chiamati per la prima volta Ordine? Quale ordine? Chi ordina? Cosa ordina? Ordine nel senso di mettere ogni cosa al suo posto oppure Ordine come imperativo? Ma perché non lo hanno chiamato semplicemente Albo?). Forse rispondendo a tante domande capiremo se ha più senso un Comitato oppure una Associazione, oppure una Federazione di associazioni. Forse solo più avanti capiremo se un Comitato avrebbe vita troppo lunga per essere tale, se una nuova Associazione non rischia di sostituirsi agli Ordini, se la proposta quota di iscrizione non si confonde troppo con la quota annuale dovuta all’Ordine (diversa per la misura e, in qualche modo, necessaria per la vita dell’aggregazione che si sta costituendo), se non è più logico parlare di associazione di illuminotecnici, di paesaggisti, di termotecnici, di urbanisti, di arredatori, di designers (nel senso di ideatori), di ....., tutti confluenti in una Federazione con gli stessi ideali e intendimenti ma con problematiche specifiche del proprio settore d’intervento. Per ora io mi concentro sulla costituzione di un soggetto che possa interloquire - con l’autorevolezza imposta dai numeri (noi) - con chi deve dare risposte alla società che mostra fermenti di idee (noi), esigenze non più rinviabili, che sente sempre più imperativa la necessità di speranza nel futuro e l’inderogabilità del riconoscimento della dignità di lavoratori.
È per questo che sto seguendo con passione la discussione che si è aperta a partire dalla posizione di una corrente di consiglieri di un Ordine provinciale. È stato l’avvio di una rinnovata voglia di partecipazione ad un cambiamento che si imporrà alla nostra società, all’attuale modo di concepire il lavoro, il suo valore, il suo riconoscimento da parte della società.
Io mi auguro di vederti a Milano, se non con il corpo, almeno con lo spirito e la voglia di lottare per un cambiamento che è di mentalità, prima ancora che di condizioni economiche, per vederti collega tra colleghi e di guardarti negli occhi con complicità.
Il tuo papà, Giammario
A mia figlia Mariangela, architetta.
Spero che tu legga questa mia prima sul sito anarchit.org che nella posta elettronica, perché vuol dire che hai capito il senso delle mie sollecitazioni. Hai ragione, non hai tempo, non hai voglia, otto ore di lavoro sono stressanti, ti succhiano tutta la linfa vitale di cui sei capace a trent’anni, ma il risveglio che sto vivendo in questi giorni, da un paio di mesi in qua, mi ha dato una tale iniezione di fiducia che non posso non sollecitarti ad unirti alla schiera di chi mi sta facendo vivere una nuova primavera.
Era il sessantotto, ma era partita già dal sessantaquattro, quando ci fu la presa di coscienza che ci animò in quegli anni. Non credere che eravamo tutti coscienti di ciò che si stava sviluppando sotto i nostri occhi, molti non avevano la percezione di ciò che stava accadendo, molti di noi hanno cominciato a partecipare sotto la spinta emozionale delle grandi assemblee, della partecipazione di piazza; ma che nelle università esistessero i baroni tutti lo sapevano e lo subivano. Furono anni di grande entusiasmo, di grandi battaglie e di grandi vittorie e non fu solo accadimento delle piazze antistanti le università.
Hai partecipato alle tue assemblee studentesche con compagni che non sapevano da dove provenivano quelle ore rubate alle lezioni, hai avuto notizia che il risveglio degli studenti c’era stato alla fine degli anni settanta, hai organizzato le occupazioni e le autogestioni della tua scuola agli inizi degli anni novanta, poi è caduto il silenzio degli anni dell’università. Tutti vi siete rinchiusi nei vostri studi, nei vostri problemi vissuti ciascuno per proprio conto. Hai anche tu dovuto rinunciare alle feste, a molti fine settimana, a vivere le vacanze sotto l’incubo del prossimo esame; hai indugiato sulla tesi da scegliere, se dovevi o no frequentare quel master e spendere ancora un anno, forse di più, della tua gioventù, nella speranza che fosse il biglietto di presentazione per la ricerca di un lavoro; ho visto aumentare a dismisura il tuo stress per affrontare l’esame di abilitazione, l’ho contestato insieme con te, perché strumento di potere finalizzato esclusivamente alla mortificazione di giovani costretti a subire perfino l’onta del rifiuto del proprio lavoro - lo scritto - neppure sfogliato dagli “esaminatori”.
Hai lavorato con entusiasmo quando ti hanno dato l’opportunità di lavorare, e lo hanno chiamato stage perché non dovevano pagarti; ti hanno tanto apprezzata da proporti ancora altri sei mesi, anche quelli gratis, perché così avresti fatto crescere il tuo curriculum; sei stata contenta e ti sei sentita ammirata quando ti hanno fatto lavorare per altri tre mesi e la tua gratificazione è stato l’unico compenso; hai accettato di lavorare quattro mesi gratis - questa volta l’hanno chiamata formazione in itinere - e i tuoi genitori sono stati costretti a fornirti anche di auto propria perché dovevi fare 80 kilometri per andare a prendere quotidianamente la tua soddisfazione, con la preoccupazione dei tuoi di saperti per strada e con l’unica copertura assicurativa della RC Auto. Anche questa volta ti sei dovuta accontentare degli elogi per le tue capacità, null’altro essendoti dovuto. Hai infine accettato di mettere alla prova le tue competenze acquisite e accresciute - questa volta lo hanno chiamato periodo di prova: altri tre mesi senza percepire un euro ma con la speranza di un lavoro che ti piace fare. Alla fine dei tre mesi, però, ti hanno detto che non c’era posto né per te né per quelli che erano prima di te, da parecchi anni, gente sposata, giovani già con figli perché avevano valutato di potersi avviare, di avere le spalle sufficientemente coperte per affrontare in due il futuro: la società chiudeva per ristrutturazione quasi imposta dal decreto Bersani. Finalmente ti hanno proposto qualcosa che ti portasse anche qualche soldo - questa volta ti hanno definita collaboratrice (di chi?) coordinata(come?) a progetto(quello che stai elaborando tu, architetta!) e per farti perdere l’identità ti hanno appiccicato una sigla: CO.CO.PRO., che bella! Hai sùbito scoperto che quella sigla nascondeva una immediata decurtazione di 200 euro sui mille di cui ti avevano parlato: prendere o lasciare, e comunque “pensi, signorina, al curriculum che si sta facendo!”
Hai motivi a sufficienza per sentirti demotivata e proiettata solo verso la fine della settimana, hai ragione di essere stanca di dover per forza capire l’Ordine, la partita IVA, la ritenuta d’acconto, l’Inarcassa, l’età pensionabile, e poi il testo unico, la Merloni, Bersani, le tariffe, la deontologia, il codice etico, il libero mercato delle professioni ......
Ti ho girato le email di Info Anarchit perché hai bisogno di una iniezione di speranza. Le tue amiche, le tue colleghe architette, con problemi analoghi ai tuoi, non sono solo quelle del fine settimana, Clotilde, Ilenia, Federica; ci sono anche Iris, Caterina, Elena, Stefania, Giovanna, Laura e poi Giovanni, Leonardo, Elio, Antonio, Beppe, Tommaso, Massimo, Andrea, Antonio, Nunzia e tanti altri, tutti con la voglia di dare vita ad una nuova primavera di passioni per la propria professione, per la propria collocazione all’interno della società che non può essere la stessa che nega ad un’architetta di fare l’architetta o che pretenda che lo faccia senza l’etichetta di architetta o, forse di più, che lo faccia con le capacità e la professionalità di un’architetta ma senza diritti e senza visibilità.
Tu a Milano il 12 forse non potrai esserci; io ci sarò perché per troppi anni ho dovuto essere sopportato da chi ha creduto e crede ancora che un ingegnere è ingegnere tout court, che un architetto è architetto tout court, che all’Ordine bisogna solo pagare la quota annuale, che all’Ordine si vada solo per farsi vidimare una parcella contestata, o quando invitati da un consigliere che sta prendendo soldi perché ha organizzato un corso di aggiornamento e bisogna riempire la sala, o quando sollecitato da un collega che aspira ad essere consigliere e che ha bisogno di presenze “qualificate” (la tua) perché deve far bella figura con il politicante da lui invitato che ci parlerà di ...
Occorre voltare pagina e questo è il momento propizio perché c’è stato chi ha avuto la capacità di coagulare menti pensanti intorno ad un problema reale, di vita, di futuro.
È in discussione se il/la nascente Uniarch dovrà essere un comitato o un’associazione, se è opportuno che sia solo di architetti o anche di ingegneri, se architetto dev’essere inteso come lo stesso architetto di quelli iscritti all’Ordine o se deve avere l’accezione di costruttore (lo sai che in passato c’è stato chi ha affacciato l’idea che fosse cambiato il nome da architetto ad architecnico?), se la tariffa professionale deve ancora esistere o se occorre aprirsi al libero mercato. Pensa tu, le domestiche hanno la loro tariffa minima (base) di sei euro all’ora ma nessuno si scandalizza se quella che ha chiamato in casa propria prende anche 12 o 15 euro all’ora, perché li vale tutti e glieli dà volentieri (libero mercato). Il problema si pone, non c’è dubbio, perché non si vede per quale motivo al farmacista, al notaio (grossissimi scandali tutti italiani), all’avvocato non bisogna chiedere sconti perché tutto è a tariffa; ed invece tra gli architetti e gli ingegneri ci deve essere la possibilità che, base la Tariffa professionale (massimo), si arrivi a sconti assurdi di oltre il 60 % senza neppure valutare se è un’offerta anomala. Lo sai che ci sono geometri che, a parità di prestazioni e da pubbliche amministrazioni, riscuotono parcelle più salate dei loro colleghi (così loro li chiamano) architetti o ingegneri? Forse dovremmo copiare dalle domestiche: una tariffa base minima e il resto lasciato al libero mercato. Ci sarà da discutere, certo, come ci sarà da discutere su tante altre cose: il concorso di progettazione, l’appalto concorso, il progetto integrato, il progetto di finanza ...
Per il momento occorre far nascere il movimento di base che prenderà corpo il 12 maggio a Milano, poi si aprirà il confronto su tante esperienze che potranno dare il loro contributo per trovare la formula più adatta a ridare dignità ad una professione che nel tempo ha perduto smalto perché stritolata dai poteri che hanno strizzato i cervelli altrui per creare finanza. Occorre ridare la consapevolezza a tanti giovani professionisti che quella dell’architetto, ancor prima che una professione, è uno stato dell’anima, un paradigma della vita, una declinazione dell’essere (non ho detto coniugazione: per l’architetto esiste solo il presente ed il futuro; il passato remoto deve solo far parte della sua cultura e il passato prossimo un retaggio scolastico). Della professione protetta deve capire solo che l’aggettivo è riferito a chi usa le sue competenze, che quindi è rivolto al sociale, non è fonte di privilegi come gli Ordini ci hanno fatto capire (chi li ha chiamati per la prima volta Ordine? Quale ordine? Chi ordina? Cosa ordina? Ordine nel senso di mettere ogni cosa al suo posto oppure Ordine come imperativo? Ma perché non lo hanno chiamato semplicemente Albo?). Forse rispondendo a tante domande capiremo se ha più senso un Comitato oppure una Associazione, oppure una Federazione di associazioni. Forse solo più avanti capiremo se un Comitato avrebbe vita troppo lunga per essere tale, se una nuova Associazione non rischia di sostituirsi agli Ordini, se la proposta quota di iscrizione non si confonde troppo con la quota annuale dovuta all’Ordine (diversa per la misura e, in qualche modo, necessaria per la vita dell’aggregazione che si sta costituendo), se non è più logico parlare di associazione di illuminotecnici, di paesaggisti, di termotecnici, di urbanisti, di arredatori, di designers (nel senso di ideatori), di ....., tutti confluenti in una Federazione con gli stessi ideali e intendimenti ma con problematiche specifiche del proprio settore d’intervento. Per ora io mi concentro sulla costituzione di un soggetto che possa interloquire - con l’autorevolezza imposta dai numeri (noi) - con chi deve dare risposte alla società che mostra fermenti di idee (noi), esigenze non più rinviabili, che sente sempre più imperativa la necessità di speranza nel futuro e l’inderogabilità del riconoscimento della dignità di lavoratori.
È per questo che sto seguendo con passione la discussione che si è aperta a partire dalla posizione di una corrente di consiglieri di un Ordine provinciale. È stato l’avvio di una rinnovata voglia di partecipazione ad un cambiamento che si imporrà alla nostra società, all’attuale modo di concepire il lavoro, il suo valore, il suo riconoscimento da parte della società.
Io mi auguro di vederti a Milano, se non con il corpo, almeno con lo spirito e la voglia di lottare per un cambiamento che è di mentalità, prima ancora che di condizioni economiche, per vederti collega tra colleghi e di guardarti negli occhi con complicità.
Il tuo papà, Giammario
Io non conosco Mariangela, non conosco Gianmario.
So soltanto che con un padre così andrei in capo al mondo, e sono padre; con una figlia così andrei in capo al mondo e ho una figlia.
Stanno bene quei rami in fiore che Giovanni ha messo in copertina.
E non me ne frega niente del mio presidente che si frega le mani mentre arraffa centinaia di migliaia di euro l’anno di incarichi e mi guarda come un giornale di ieri quando metto piede all’ordine.
Creperà anche lui un giorno e la sua polvere sembrerà uguale alla mia, alla nostra; con la differenza che la mia, la nostra, piena di contraddizioni, ma anche di abbracci, sarà terra che avrà fatto nascere un fiore nel cuore di mia figlia, delle nostre figlie, dei nostri giovani per il tempo del mattino che stiamo su questa terra. La sua, avvelenata dalla tintura per capelli con la quale affronta la sua vecchiaia e invecchia le nostre vite sarà solo diossina.
Al 12,
l’alchimista.
P.S. Da tempo vo cercando Mago Merlino..., dove sei Merli?
Avevo rimandato per la lunghezza, ma ora ho letto: beata questa figlia, che non ha dovuto subire le "lamentele" di genitori estranei al nostro "mondo", preoccupati solo di stare tranquilli ed avere i figli " a posto" con un lavoro sicuro...(che abbiamo visto non è poi sicuro neppure per gli operai super sindacalizzati!)
Complimenti a quel padre. Combattere, sul fronte e nelle retrovie è dura! :-)
Seconda e ben + triste riflessione, vedere che a 2 anni di distanza, non sono neppure aumentati i votanti alle elezioni. Siamo davvero senza speranza?