
L’articolo odierno, firmato dalla giornalista Maria Carla De Cesari, comincia così: "Tanti, tantissimi giovani continuano ad arricchire le Casse di previdenza private...".
Leggendo lo stesso articolo che ha come sottotitolo: "ancora pochi i pensionati ma le uscite stanno crescendo più delle entrate", salta subito all’occhio quanto afferma il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale del Ministero del Lavoro: "gli esperti - si legge infatti - sollecitano aggregazioni per diversificare i rischi demografici e di reddito pro-capite".
Un’attenzione particolare nella lettura dei dati pubblicati dalla De Cesari la merita Inarcassa, la Cassa degli ingegneri, ma soprattutto degli architetti liberi professionisti. Sappiamo infatti che sono proprio gli architetti ad avere il trend di crescita maggiore all’interno della stessa Cassa e questo per i motivi ben noti ai giovani architetti (vedasi partita IVA).
L’aumento del numero delle matricole professionali è stato infatti artatamente e pesantemente incentivato negli ultimi anni anche con l’ausilio degli Ordini professionali, così da aumentare notevolmente il numero dei contributi minimi obbligatori che sorreggono il sistema previdenziale dei liberi professionsiti. E’ sufficiente iscriversi oggi ad un Ordine per capire come questo sistema funzioni. Ad esso non ha mai fatto riscontro un aumento delle vere occasioni di lavoro professionale indipendente ed un’apertura del mercato agli outsiders, bensì un evidente rigonfiamento del mercato della mano d’opera precaria obbligata dagli insiders ad aprire comunque una partita IVA per poter lavorare.
Dall’analisi dei dati si comprende infatti come esista una vera e propria strategia che, all’interno della libera professione, tende a socializzare le perdite ed a privatizzare i profitti tra i professionisti più itrodotti.
Vediamo a questo proposito i dati del Sole24Ore:
a fronte di un numero di contribuenti pari a 62.573 unità nel 1996 nel 2005 si contano 123.180 iscritti, ovvero un aumento di circa il doppio.
Allo stato le pensioni erogate si attestano nel 2005 a 11.549 unità contro le 9.608 del 1996 (in soli 10 anni la crescita è stata quindi solo del 20% pari a 1.941 unità).
Se il rapporto nel 1996 era di 6,5 contribuenti per ogni pensione erogata, nel 2005 si è quindi passati a quota 10,7 contribuenti per ogni pensionato.
La crescita è a dir poco impressionante e, a parer nostro, non sembra casuale, visto che non esiste alcun elemento per dimostrare la necessità di una massa così ingente di liberi professionisti in Italia dotati di partita IVA singola (chiedetevi come mai qualcuno non voglia le società professionali).
Se guardiamo alle entrate rileviamo che a fronte di un introito pari a 161.469 milioni di Euro incassati nel 1996, l’Inarcassa ha percepito nel 2005 ben 476.467 milioni di Euro. L’aumento ovviamente appare enorme, poiché a fronte di un numero di iscritti semplicemente raddoppiato in 10 anni, corrisponde un aumento delle entrate pari quasi a tre volte quello del 1996. Ora la cosa sembra bizzarra, perché nella realtà professionale non pare che all’aumento del numero degli iscritti sia corrisposto un maggior reddito pro-capite, visto anche l’andamento del ciclo economico complessivo e di quello dell’edilizia, in particolare negli anni di cui si parla, non è stato dei migliori. Faccio presente che, a questo andamento positivo delle entrate, non risulta probabilmente estraneo l’effetto inflattivo dovuto all’avvento dell’Euro che, come noi tutti sappiamo, in moltissimi settori è stato utilizzato per adeguare, al rialzo, ogni e qualunque spesa per il cittadino utente.
Possiamo quindi ragionevolmente affermare che ad un contributo pro-capite pari a circa 5.000.000 di vecchie lire nel 1996, fa riscontro un contributo di circa 7.500.000 di lire del 2005.
Personalmente, non sono sicuro che i giovani architetti si siano accorti di questo consistente aumento di reddito pro-capite e che invece si siano, al contrario, accorti dell’aumento delle spese. Posso affermare infatti che la situazione che anarchit registra è di segno pauperistico e non di un arricchimento generalizzato della categoria, o almeno della sua componente maggioritaria, quella più giovane.
Veniamo dunque, per chiarire, a quanto ci rivalano le uscite di Inarcassa.
A fronte di una spesa pensionistica pari a 99.963 milioni di Euro nel 1996 fa riscontro un’uscita equivalente a 195.509 milioni di Euro nel 2005, praticamente il doppio. Considerato l’aumento ridotto dei pensionati pari al 20% rispetto al 1996 rileviamo che l’aumento delle pensioni equivale a circa il 96% in più rispetto al 1996. Ciò significa, se la matematica non è un’opinione e se l’aumento del numero degli iscritti ci dice qualcosa, che una fetta di architetti benestanti è andata in pensione di recente, lasciando ad una massa ingente di precari il compito di sostenere le spese di Inarcassa.
Qualcuno dirà che i conti della Cassa nazionale degli ingegneri e dgli architetti sono a posto e che l’aumento delle entrate è sinonimo di benessere rispetto ad altre professioni evidentemente in crisi. Ma noi, che siamo come San Tommaso, preferiamo analizzare meglio i dati per capire se le cose stanno effettivamente come Inarcassa le presenta.
Arriviamo quindi al dato finale della tabella del Sole24Ore.
Ebbene scopriamo che il rapporto tra le entrate e le uscite nel 1996 era di 1,62ed è passato al 2,44 nel 2005. Questo è in realtà l’aumento del rapporto corrispondente al 95% di aumento delle entrate, che ovviamente si deduce siano in gran parte a carico dei nuovi iscritti.
Se avessimo a disposizione i dati dettagliati di Inarcassa potremmo disaggregarli e forse scoprire che il reddito prop-capite non ci dice gran che sulla distribuzione reale del reddito professionale o su chi sostiene realmente la cassa oggi, visto che le differenze tra fasce di età non appaiono mai.
Siamo convinti che a disaggregare il dato si scoprirebbe che i contributi minimi (quelli per interderci di chi non percepisce reddito sufficiente), dovuti all’aumento degli architetti precari che versano lo stesso minimo obbligatorio alla cassa, sono l’origine delle nuove, vere, entrate di Inarcassa, ricavate da chi è stato obbligato dai professionisti più introdotti e più abbienti (una minoranza) ad aprire la partita IVA per lavorare all’interno dei loro studi. Questi contributi che fanno volare le entrate di Inarcassa, sorreggono nella realtà il sistema professionale e pensionistico di chi nel frattempo continua ad operare nel settore più chiuso, gerontocratico e sperequato del nostro Paese.
Chi tra voi conosce infatti oggi un architetto famoso ed abbiente che abbia meno di 70 anni o non viva di speculazione edilizia o di altre simili attività?
A chi appartiene, secondo voi, la responsabilità di questa politica vigliacca, pauperista e discriminatoria nei confronti dei nuovi sfruttati del progetto caratteristica del vero mercato oligopolista dell’architettura in Italia?
Questa fotografia che ci appare tra le righe della tabella pubblicata dal principale quotidiano economico, la dice lunga sulla struttura della professione (chi compra e chi vende solo forza lavoro) e su quello che si percepisce all’orizzonte per i professionisti più giovani e meno itrodotti, che purtroppo ancora non hanno ben compreso cosa stia loro accadendo e perché ci sia bisogno della loro laurea e della loro partita IVA in Italia.
Sarebbe ora che qualcuno gli chiarisse meglio le idee su qual’è la loro funzione reale all’interno del cosiddetto "mercato" professionale italiano, monopolizzato dal pensiero unico di chi impedisce la concorrenza all’interno dello stesso settore e chiede a gran voce più poteri per compiere l’ultima e definitiva strage di architetti attraverso la formazione continua e permanente e la verifica della permanenza dei requisiti professionali affidata agli Ordini.
L’argomento INARCASSA che Giovanni ha voluto prontamente affrontare, è un capitolo complesso e confuso. Parlo per quella che è stata la mia breve esperienza, e dico breve perchè sono iscritta da 4 anni a questo favoloso Ente, inesistente quando hai bisogno di chiarimenti, ma celere nel chiedere la tua contribuzione 30 giorni prima della scadenza. La cosa assurda per me, in principio, è stata che nessuno (Ordine compreso!)fosse nelle condizioni di aiutarmi a capire il sistema complicato e anche poco logico dal mio punto di vista, cioè dal punto di vista di chi paga!
L’Ordine di Milano, allora, mi fornì un numero di tel. di Roma (che secondo me non ha mai composto), al quale non ha mai risposto nessuno, per mesi!
Anzi, volete sapere la beffa? Ad un certo punto, componendo il numero romano, rispondeva qualcuno, sì, una voce automatica che informava dell’impossibilità di rispondere agli utenti, ai quali si offriva, però, la possibilità di lasciare i propri recapiti per essere ricontattati. Feci così, sa Dio quante volte a distanza di tempo, ma mai nessuno dall’Inarcassa mi ha richiamato per rispondere ai miei quesiti logici. Passarono i mesi, arrivò la scadenza del mio conguaglio di Dicembre (che secondo l’Ordine di Milano dovevo pagare indiscutibilmente), senza che io abbia avuto il diritto di confronto su qualcosa che mi sembrava assurdo per assioma matematico! La mia domanda all’Inarcassa? La pongo qui, dal momento che non ho potuto porla ai diretti interessati: perchè io ho dovuto conguagliare il 2003 interamente (come annualità di reddito), se la mia iscrizione partiva dal 15 settembre? E perchè ai fini contributivi e pensionistici, nonostante abbia conguagliato un anno intero, la Cassa mi considera solo da quella data? Scusate, ma se la matematica non è un’opinione, questi Signori mi hanno fregato 9 mesi, che se un domani volessi riscattare dovrei accendere un mutuo!!! L’ordine dov’era???? Ma non doveva aiutarmi, guidarmi o addirittura fare i miei interessi, come aveva detto nella Giornata inaugurale dell’entrata delle nuove matricole?
Cara Caterina, mi scuso per l’uso di un vocabolo non perfettamente correct ma qui tratto di saggezza popolare, e di saggezza popolare fiorentina (una volta è esistita). A Firenze dunque c’è un antichissimo detto che ancora ti puoi sentir rivolgere:
‘Icchè c’entra i’ culo con le harantore?’
Questo detto si richiama ad una pratica di adorazione venuta in uso nel ‘500: per 40 ore consecutive, in ricordo del tempo trascorso dal Cristo nel sepolcro, il SS. Sacramento veniva esposto e venerato.
Nel seicento questo culto attirava nelle chiese fiorentine folle di devoti, e si racconta di una donna molto avvenente che, sentendosi toccare da un fedele, si volto’ e chiese fieramente spiegazioni. L’uomo, volendo dire che la chiesa era piena e il gesto era stato involontario, rispose: "E son le harantore!". E lei: "Daretta! Icchè c’entra i’ culo con le harantore?".
Questa la storia.
Il quale proverbio sta a significare che si sta parlando di due cose che non hanno nessun riferimento fra loro.
Ora lascio ai lettori indovinare chi, fra l’Ordine e la Cassa, possa trovarsi nella condizione di rappresentare le quarantore e chi l’altro comparente (sempre con rispetto parlando beninteso). Il fatto è che questa intercambiabilità fra Ordine e Cassa sta solo nella mente di chi governa ora l’Ordine ora la Cassa, perchè infatti, come si sa, i personaggi di questo teatrino sempre dal medesimo vivaio vengono. Sono, come si diceva una volta per le cariatidi DC, "cavalli di razza" (!?!)e si sa che la razza ha bisogno di allevamenti selettivi per "natura". Così fanno sempre il lapsus freudiano di rappresentare possibile agli altri quello che avviene, invece, solo fra lor signori. L’atto pratico, poi, è cosa altra.
Un pò come i salotti, le cucine e i cessi degli italiani da pubblicità, che sembrano hangar da Marta Marzotto e poi la gente reale vive invece inturzata in appartamenti di 40 mq.
Infine i peones.
A cosa serviranno mai,
se non a fare da soldati "magri e famelici" come diceva Massimo Decimo Meridio della sua carne da cannone, pardon da spada,
se non a tirare fuori il dollaro, magari allungato dalla famiglia per mantenere stipendi faraonici alla dirigenza della Cassa?
Se non a tirar fuori il groppone per far salire il signorotto di turno ai vertici dell’Ordine?
Pace e bene, Stenterello